Fontana è tutto tranne che razzista

Non basta un lapsus o un errore per bollare una persona, e una città, di cui non sapete nulla. Gli eroi di Attilio Fontana, a cui avrebbe eretto una statua in piazza Monte Grappa, si chiamano Raga, Yelverton, Isaac, Thompson… Così si diventa più razzisti dei razzisti che si pensa di combattere

Se può parlare anche chi ha conosciuto sul campo Attilio Fontana, parliamo.

Ma tanto parliamo lo stesso anche se sommersi da questo coro indignatissimo non tanto per l’argomento, il lapsus, l’errore commesso e ammesso da Fontana quanto per distruggere una persona e nel contempo distruggere l’idea, l’ambiente, il mondo circostante quella persona, strumentalizzando quel lapsus “pro domo sua” più che a favore di tutti.

A noi in realtà interessa la persona, e riportare la realtà che la riguarda: Attilio Fontana è tutto tranne che xenofobo e razzista.

Avremo passato ore, giorni, forse settimane a parlare insieme di pallacanestro ma in quelle ore e in quei giorni Fontana ha, più che difeso, esaltato quella “razza” di fenomeni e miti della sua vita che rispondono a nomi come quello di Charles W. Charlie Yelverton, che ancora gira per localini a Varese suonando divinamente – quasi in sospensione – il sax, quel sax che arriva dopo il ghetto di Harlem con le sue gang, e dopo che Charlie venne salvato dal terzo tempo e dai Rams.

Attilio Fontana
Attilio Fontana

Fontana può inchiodarvi alla sedia esattamente come rimaneva inchiodato lui nel parterre di Masnago davanti alle leggende o anche solo ai dioscuri come Wes Matthews da San Antonio, agli stenti del povero Mark Buford o alle magie dell’ultimo Signore degli anelli, Bryant Dunston, l’armeno del Queens.

Fontana può parlarvi come si parla di un fratello o di un padre o di un figlio di Manuel Raga (anzi Manuel Raga Navarro da Aldama nello stato di Tamaulipas, Messico centrale), il “grissino che diventò l’uomo elicottero”; o delle bombe selvagge di Cornelius Allen “Corny” Thompson da Middletown; ah, quando Fontana seppe che Corny stava per entrare nella vecchia redazione de “La Provincia di Varese” iniziò a tempestarci di telefonate per avere uno scatto del suo eroe in posa al giorno d’oggi accanto al vecchio Corny in maglia DiVarese nel libro eterno di Carlo Meazza.

Eccolo qui il razzista e xenofobo Fontana ai piedi di Corny, e si sarebbe messo ai piedi perfino del “gemello” Charles Pittman da Rocky Mount, Carolina del Nord, il dio dei cieli di una squadra che era una vera DiVa, o il Fontana che passeggia la domenica al palazzetto sotto braccio con Joe Warren Isaac, quel Joe che avrebbe potuto chiedergli perfino una statua in piazza Monte Grappa per celebrare la Pallacanestro Varese più bella e maledetta, e lui gliel’avrebbe concessa!

Direte: è solo basket. No, è vita. Ammirazione, forse invidia di quel mondo e di quella “razza” di fenomeni che, unendosi a Varese, produssero una leggenda, un’umanità, una complicità, una famiglia, un colore e un sangue che non hanno radici se non nel mondo, in cima al mondo. Un’ammirazione e forse un’invidia, sicuramente un’unione che abbiamo sempre percepito in Attilio Fontana. Molto più aperto di chi ora gli chiude le porte in faccia per un lapsus, di chi ha fatto molti più errori nella vita, non ha mai chiesto scusa neppure per uno di essi ma ora la pretende solo dagli altri, anzi solo da lui!

Di chi spara su Varese per uccidere Fontana, o viceversa.

Il campionario è vasto, si va da Gad Lerner («Razza bianca varesotta da non confondere con la frisano con quelle fastidiose macchie nere») a chi, varesino conosciuto, chiede scusa all’Italia dicendo che non tutti qui sono fatti così (e invece dovrebbe chiedere scusa a Varese per non difenderla con l’Italia da tanto conformismo e luoghi comuni, lui che ne ha i mezzi).

C’è chi chiede ironicamente se un giorno succederà anche a Varese di poter parlare con persone di colore (basta venite al palasport ogni domenica o portare il figlio in un nostro asilo o in una nostra scuola, oppure a giocare nelle giovanili di basket, calcio o rugby), e via etichettando, ridicolizzando, facendo di tutta l’erba un fascio: «Davvero l’ex sindaco di Varese è razzista? Non l’avrei mai detto…».

Anche noi noi avremmo mai detto che si potesse diventare più razzisti dei razzisti che si pensa di combattere.

Andrea Confalonieri

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