A casa dell’Airone non abbiamo ancora chiuso le ali

Nello stadio di Fausto Coppi il Varese, senza rimborsi e futuro, gioca per il piacere di farlo e per il rispetto del pubblico: ma esiste anche la dignità e quindi oggi potrebbe dire basta. Basile e Catellani, se questa è la fine dovete dircelo: al comando ci siete voi

C’è qualcuno che si è seduto orgogliosamente sul pullman della squadra in direzione dello stadio Fausto Coppi di Tortona dopo che si è voluto-dovuto pagare il pranzo pre-partita senza battere ciglio, e poi sul campo ha svolto appassionatamente e splendidamente il suo lavoro da dipendente del Varese.

Ci sono duecento tifosi che arrivano, tifano e applaudono un 1-1 con la penultima in classifica in serie D manco fossero a Marassi o al Bentegodi, dove c’erano davvero fino a pochi anni fa. Applaudono come se dopo questo pareggio non ci fosse futuro o, come sintetizza sugli spalti l’Ernesto, come se questa fosse «l’ultima partita del Varese».

Sì, forse è l’ultima. Ma c’è chi la vince e c’è chi la perde.

l'applauso finale dei tifosi
l’applauso finale dei tifosi

La vincono una squadra e un pubblico che, partiti per vincere il campionato, si ritrovano traditi e abbandonati nel gelo dello stadio “Fausto Coppi”, che invece ha un nome caldo e quasi immenso. Si ritrovano solo per il piacere di tifare o giocare per il Varese, gratuitamente, nudi e puri, senza di mezzo soldi che non ci sono più, come all’oratorio o al Csi. Quelli che arrivano fino a qui, o quelli che continuano ad allenarsi e a giocare, è evidente che lo fanno per qualcosa che non è un obbligo ma un piacere-dovere, e nemmeno si può parlare ancora di un lavoro a proposito di staff e giocatori, ma solo di dedizione e fede. Che non possono durare in eterno: infatti oggi la squadra potrebbe decidere di non allenarsi per fare capire a chi comanda (già, chi comanda?) che così non si può andare avanti. Senza soldi, non si va nemmeno in pizzeria: figurarsi se può sopravvivere una società di calcio con decine di dipendenti costretti quasi a pagare per fare il loro mestiere.

L'applauso finale della squadra
L’applauso finale della squadra

Chi perde? La società: se Basile ha il 100% delle quote ma non mette più un euro e si disinteressa del Varese da un mese e mezzo, parli chiaro almeno per il rispetto della storia e dei tifosi, visto che ha sempre proclamato di farne parte. Il proprietario ha voluto farlo lui, prendendosi la società senza che nessuno lo obbligasse a farlo, anzi: avrà pure il diritto di non mettere più soldi, come ha quello di chiudere la storia del Varese Calcio (ne risponderà alla sua coscienza), ma non può farlo scappando o sparendo. Basile deve avere il coraggio di mettere la faccia in quella che è ancora la sua società, dicendo la verità. Qualunque essa sia. A costo di pronunciare la parola chiusura o fallimento. Non c’è più un quattrino e nessuno vuole coprire i debiti? Lo venga a dire a città e tifosi, e spieghi pure perché e per come si è arrivati a questa fine.

Capitolo Catellani. Ne uscirebbero molto male anche loro, visto che ci hanno messo la faccia ma rischiano di perderla se si scoprisse che alla fine sono rimasti dal 17 dicembre a oggi solo per scoprire l’acqua calda e cioè che ci sono i debiti e che Basile non li paga. Noi invece vogliamo credere che i re del calciomercato abbiano sempre agito nel nome e per conto di un finanziatore che magari voleva trovare un accordo con Basile sul debito (tu ne paghi una parte, io ci metto il resto) prima di uscire allo scoperto. Se così non fosse, cosa sono venuti qui a fare? E perché non si fanno indietro dicendo, anche loro, tutta la verità e lasciandoci morire in santa pace?

Resta giusto il piacere di ascoltare Tresoldi quando gli chiedono della crisi: «Queste situazioni ti fanno diventare un po’ più uomo di prima. E ti fanno aspettare l’ora degli allenamenti e della partita perché sai che solo in campo dimentichi tutto».

Quando sai di poter perdere qualcosa, non vorresti mai lasciarla. Come Zazzi e quelli come lui: in mezzo a questa polvere corrono veloci, liberi e leggeri. Perché è vero che qui chiuse le ali l’Airone, quello del cuore grande come l’Izoard, ma prima di chiuderle le aprì. Oh, come le aprì…

Andrea Confalonieri

L'Airone Fausto Coppi
L’Airone Fausto Coppi

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