Al Varese è tutto scritto

Ne parlavamo tanto… tanti anni fa… e ci troviamo ancora al punto di dover invocare verità e radici. Pulizia, dignità, oculatezza. Sudore, passione, sacrifici. Familiarità e disinteresse totale da qualunque interesse economico. Onestà, umiltà, cuore. Lacrime, onore, competenza. Amicizia, lealtà. Spino d’Adda, Peo Maroso, Lario Mambretti e la sua Marisa che fino a novant’anni – senza sentire né vedere – arrivavano con le stampelle o in carrozzina dietro alla rete della tribuna per capire dal boato o dal silenzio tombale di Masnago se la loro squadra stava vincendo o perdendo. Vedevano e sentivano con il cuore e non si sbagliavano mai: imparassero a farlo anche i dirigenti, una volta per sempre.

Coloro che non hanno a che fare con le qualità che abbiamo appena elencato, dalla prima squadra al vivaio, dal vertice all’ultimo dei dirigenti, alzino i tacchi: non è lo stipendio o la salvezza personale che va rincorsa come prima cosa ma l’entusiasmo e la purezza di chi s’affaccia al Varese come se lo facesse per la prima volta.

Noi crediamo a quello che vediamo: dovrebbero fare lo stesso quelli che domani o dopodomani saranno alla guida dalla società. E ciò che vediamo è questo: una squadra che dà tutto ma a volte confusamente e in maniera un po’ ottusa, senza saper cogliere il momento giusto per farlo (anche oggi si è esaurita per un tempo e più, disperatamente, per poi prendere gol al primo tiro subito, spegnendosi lentamente, inesorabilmente, e vanificando così tanta ingenua generosità); una tifoseria che dà tutto e anche più di ciò che ha, con quei 200 cuori biancorossi sottozero oggi a Caronno Pertusella che, sotto sotto, erano sostenuti anche dal pubblico locale («Io tifo Caronnese ma in serie B ero sempre a Masnago: dovete farcela perché il Varese rappresenta tutti»; «Sono di Saronno e non accetto che il Como goda nel vedervi retrocedere e fallire»; «I nostri vedono arrivare il bonifico al 20 di ogni mese mentre ai vostri manca da ottobre, questo mi stringe il cuore»). Quello che vediamo, e che sappiamo, è questo: a uscire allo scoperto per salvare il Varese con 700mila euro di debiti è stata la famiglia Catellani con un finanziatore che ha poi trovato almeno un aiuto decisivo: gli altri salvatori, se esistono, dove sono?

Quello che vediamo è un Varese che più affonda e più richiama attenzione, amore, rabbia, dolore: perché non unirsi ai Catellani e salvarlo?

Esistessero ancora da qualche parte del cielo un Sant’Antonio o un San Pietro, gente che sa di cosa sono capaci il nome e la forza del Varese, chiederemmo loro: perché non prendervi una rivincita e unirvi a Sauro Catellani? Perché non seguire l’istinto d’un tempo? Perché non cedere al richiamo della foresta, a quel 13 giugno 2010 e a quei 7mila spettatori del Franco Ossola (che poi furono 9mila per il Toro o per il Verona o per la Samp)?

E’ il momento dell’orgoglio. Di credere nel Varese, in chi lo salverà e nelle sue potenzialità.

Ed è anche il momento di dire che è molto meglio, se disgraziatamente accadrà, giocarsi i playout con Zazzi e Simonetto che ieri abbiamo visto troppo poco o, addirittura, per nulla piuttosto che farlo con chiunque altro. Se dobbiamo davvero perdere a Caronno Pertusella contro una squadra che sembrava non aver più nulla da chiedere al campionato, e se ci tocca finire agli spareggi per non retrocedere, facciamolo almeno con i nostri ragazzi. Anche perché non esiste nessun altro giocatore del Varese che ami la maglia più di loro. Anzi…

Andrea Confalonieri 

3 pensieri riguardo “Al Varese è tutto scritto”

  1. “Sono di Saronno”, una frase un perché. Se a questo giro si muore di nuovo il nostro calcio fa la fine di quello degli amaretti… anni di inattività e adesso un limbo nel quale il FBC (di nome ma non di fatto) vivacchia – malamente – in Eccellenza.

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