«Piuttosto porto io il pallone e facciamo la doccia a casa. Ma il Varese andrà fino in fondo»

Paolo Tresoldi vive come un sogno anche questa stagione drammatica: «Se ce la facciamo, non sarà solo una salvezza. E poi andiamo tutti al Sacro Monte. I tifosi biancorossi sono unici perché si esaltano in momenti così»

Tre mesi alla guida della prima squadra, dieci anni in biancorosso. Di cui conosce storia, segreti, essenza. Valori a cui si aggrappa per tenere la barra a dritta, per affrontare a testa alta le difficoltà, tenendo unito un gruppo che vuole continuare a giocare: per i tifosi, per le proprie famiglie, per loro stessi. Nonostante tutto. E grazie anche a chi ogni giorno dà loro l’esempio: mister Paolo Tresoldi. Per lui il Varese resta un sogno e un privilegio, che forse capita una sola volta nella vita. E allora va vissuto, al massimo e fino in fondo. Così.

Dopo tanti anni in biancorosso – questo è il decimo – la panchina della prima squadra. C’è ancora emozione?
Sì, l’ho sognata così tanto… Il Varese è la squadra della mia città; ho giocato qui, dai Giovanissimi alla Berretti; la mia carriera da allenatore, iniziata a Venegono e passata da Turate, si è sviluppata tutta qui. Quindi l’emozione c’è e ci sarà sempre.

Ci racconta il “suo” Franco Ossola?
Questo stadio è particolare, speciale. Una coreografia unica. Dietro la panchina c’è la tribuna e quando segni sembra che lo stadio esploda. Di fronte hai i distinti, dietro la Curva Nord c’è il Sacro Monte. E anche se non è più popolato come ai tempi della B, questa gente riesce sempre a renderlo caldo.

Ha preso la guida della squadra in un momento difficilissimo, già dal punto di vista societario ma anche in campo. Che gruppo ha trovato e che gruppo ha ora?
Il lavoro sul campo non è mai stato difficile; lo è molto, invece, gestire l’extra. Qualcuno dice che questo è il momento più basso della storia recente del Varese: non importa, se c’è da fare il lavoro sporco per questi colori lo faccio volentieri. Al mio arrivo trovai uno spogliatoio “freddo”, con poca fiducia, che aveva bisogno di essere più coinvolto. Oggi quel gruppo, che è anche molto cambiato in sede di mercato, è compatto, va tutto nella stessa direzione nonostante le difficoltà societarie, che spesso uniscono ancora di più. Abbiamo dei limiti, come tutte le squadre: ne siamo consapevoli e lavoriamo.

In altre piazze ci sono state conferenze e scioperi; insomma, ci si è fermati. Qui no: come mai?
Credo perché la situazione qui è in continuo divenire e quindi c’è la speranza che tutto si possa risolvere. Fermarsi, per noi, non avrebbe avuto senso. E a spingerci c’è sempre stato un altro aspetto: l’opportunità di giocare e allenare per una squadra, una piazza e una città come questa capita una volta nella vita. Nessuno vuole sprecarla. Se capitasse che ci staccassero ancora l’acqua, porterò il pallone, ci alleniamo e giochiamo, poi facciamo la doccia a casa: ma questa maglia la teniamo stretta, con denti e unghie. Penso che i miei ragazzi l’abbiano dimostrato.

Obiettivo: salvezza. Cosa serve per centrarla?
Punti. Da conquistare lavorando a testa bassa e isolandosi da ciò che accade fuori. Non è facile, perché la prima cosa che ci si chiede negli spogliatoi sono novità sulla situazione. Ma bisogna fare punti, nonostante tutto. Bisogna anche vincere: perché dà morale, risolleva e ripaga del lavoro.

Cos’è mancato per vincere qualche partita in più?
A volte meritavamo qualcosa in più e ci è mancato solo il gol: penso alla Varesina e al Borgaro, e persino al Gozzano settimana scorsa. Un fattore, il principale, è l’età: noi entriamo in campo con 22 anni di media e questo ti fa affrontare con orgoglio e sfrontatezza squadre di caratura “superiore”, mentre un po’ ti blocca quando puoi o devi fare risultato. C’è anche un aspetto tattico, perché le grandi squadre giocano più aperte. I risultati però vanno visti anche con oggettività e memoria: oggi vediamo un solo punto raccolto ma un pareggio, per esempio quello a Sesto San Giovanni, in quel momento aveva un significato più grande. Certo la vittoria manca: e abbiamo capito che non basta meritare al 100%, bisogna farlo al 200%.

Si sente in bilico?
Conosco questo lavoro.

Ha un fioretto per la salvezza?
Non so se è proprio un fioretto, ma ci pensavo l’altro giorno: mi piacerebbe andare con i miei giocatori al Sacro Monte per conoscere un simbolo della nostra città.

Ci racconta delle immagini che restano e resteranno di questa avventura?
L’esordio, la prima panchina a Castellazzo: davanti agli occhi di Edoardo Frattini, che mi conosce dal settore giovanile. La faccia di Maccecchini sul bus mentre ci dice, ovviamente in dialetto, “ma cume sem cunscià…”. Mi resteranno il mio spogliatoio e il mio staff. E i tifosi del Franco Ossola, casa nostra. Immagini che mi porto e tengo care, con gelosia.

Tre parole per spiegare il Varese.
Lavoro, sacrificio, umiltà: i valori biancorossi. Lavoro, perché questo è stato il punto di partenza di tanti che hanno messo qui le basi, con il sudore, per diventare grandi. Sacrificio, perché il lavoro si è sempre svolto in condizioni “difficili” per diversi motivi. Umiltà, la base delle prime due parole: che si coltiva e non si compra. Se pensi di essere arrivato perché giochi nel Varese o ti sei seduto sulla sua panchina, non hai capito niente.

Sugli spalti c’è sempre suo papà Adelio, sia per gli allenamenti che per le partite. Che rapporto avete, anche dal punto di vista “calcistico”?
Un rapporto padre-figlio tipico: per lui giochiamo sempre bene. E per me c’è sempre: quando le cose vanno male, io mi chiudo un po’, resto silenzioso; se perdo la domenica, magari fino a metà settimana. Il Varese lo vivo così, di pancia, e a volte devo sfogarmi e lo faccio a casa. Lui e mia mamma Cecilia, che mi segue anche se preferisce non venire allo stadio, mi aiutano sempre. Di certo vedere questo mio percorso è una grande emozione.

Anche per assonanza, a diversi è venuto in mente un parallelo vista la situazione che state vivendo: Tresoldi come Soldo. La Storia insegna che l’orgoglio e il coraggio, qui, vengono sempre premiati.
Di analogie ce ne sono tante, ma ogni periodo va preso per quello che è. Di certo quella storia ci insegna che chi semina, raccoglie; e che orgoglio, fame e senso di appartenenza fanno la differenza. Credo sia giusto dire le cose come stanno: i miei ragazzi stanno dimostrando di avere dei valori e li hanno messi in campo. Poi per vincere servono tante cose: oltre al cuore, a volte servono qualità, astuzia, capacità di gestire i momenti. L’importante è andare tutti nella stessa direzione: e più siamo a spingere la barca, prima arriveremo dove vogliamo.

Chi sta spingendo la barca, di certo, sono i tifosi.
Ho trovato persone uniche. Una situazione del genere avrebbe fatto passare la voglia a tanti, qui ha avuto l’effetto contrario. Questa gente non si merita il periodo che sta vivendo e non è solo questione di categoria. Ma è incredibile e nessuna piazza può vantare un seguito del genere: vedo 200 persone a Tortona, vedo una Curva che torna a cantare capendo le difficoltà, vedo gente che si mobilita per andare in Comune togliendo tempo ad altro, vedo tifosi che si avvicinano e dicono “non mollare”. La situazione che stiamo vivendo è pesante e loro ci stanno aiutando a sostenerla: sentire questa vicinanza ora fa più bene rispetto a un “bravo” quando tutto funziona. Hanno dimostrato che farebbero di tutto pur di aiutarci: come fa il Macce, come fa chi sta organizzando e partecipando a una raccolta fondi, come fa chi c’è sempre ed è con noi. Il nostro desiderio è regalare anzitutto a loro una stagione da raccontare anche se è “solo” una salvezza: con tutte le sue difficoltà, che anche loro hanno vissuto da protagonisti. Questo è il regalo che vorremmo fare ai tifosi: un risultato, raggiunto tutti insieme, di cui essere fieri.

Gabriele Gigi Galassi

Il grazie di Tresoldi ai tifosi

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