La nostra sfida a Tresoldi: ripeti la partita perfetta? Intanto per un giorno godiamo

La lezione della presidentessa del Pavia: aspetta sotto l’acqua la sua squadra contestata dalla curva, paga il 15 di ogni mese, mette bilanci e vivaio davanti a tutto, cucina ai giocatori. Società-Varese: qualcosa non ci lascia tranquilli. Due dediche: Frontini ed Ezio Macchi

Cristina Rasparini è una bella signora di 73 anni (gliene daresti una decina in meno) che nei giorni della settimana arriva alle 9 di mattina e se ne va alle 9 di sera ma ieri è stata l’ultima a lasciare lo stadio Fortunati di Pavia: ha aspettato che la Digos le riconsegnasse la delegazione di giocatori pavesi reduci dal confronto con gli ultrà (avevano lasciato le gradinate al 5-0 del Varese) dopo essere rimasta sotto l’acqua fino a sera a parlare con due sconosciuti giornalisti varesini.

E lì, sotto l’acqua, Cristina ha raccontato che i giocatori e i dipendenti del Pavia vengono pagati il 15 di ogni mese (ieri sono stati travolti da chi ha visto l’ultimo euro a ottobre: è l’atrocità del calcio), che la società azzurra – anch’essa rinata dall’Eccellenza – prima guarda i bilanci poi le vittorie e che non esiste la parola spreco ma risparmio.

Cristina sabato ha preparato da mangiare ai ragazzi della juniores, poi sono arrivati anche quelli della prima squadra e si sono aggiunti un bel po’ di posti a tavola (cucina davvero lei, insieme ad alcune amiche: come ai tempi del Dante e della Enza al bar del Franco Ossola). Li tratta come fossero tutti suoi nipoti, visto che non ne ha anche se ha tre figli: il telefono a tavola è bandito, il coltello si tiene a destra (e non si lecca) e la forchetta a sinistra; quando sono in divisa sociale, ma anche senza, devono essere orgogliosi delle cose vere, della città e della maglia che indossano.

Quando è entrata per la prima volta nello stadio del Pavia, Cristina ho trovato sei quintali di sale ammucchiati dietro una gradinata anche se prima di quest’anno non nevicava da tempo immemore. Ha trovato interi cartoni di bottigliette d’acqua scaduti, una palestra arrugginita e semi abbandonata, un trattorino per il campo da ventimila euro che nemmeno a San Siro… È l’eredita della vecchia proprietà cinese che – ci risiamo – spendeva e spandeva milioni di euro con risultati deludenti: infatti volevano andare in serie B e sono falliti (la morale, a tutte le latitudini, è sempre quella).

Le conoscenti che lavorano già a contatto con Cristina vanno anche a pulire gli spogliatoi del Fortunati, e guai se i giocatori sprecano acqua o peggio visto che un’impresa vorrebbe 50mila euro al mese e invece, adesso che le pulizie si fanno in famiglia, si risparmia facendo le cose per bene lo stesso.

Chi glielo fa fare a Cristina? I trecento ragazzini nel vivaio del Pavia. Li vede felici e, quindi, è molto felice anche lei perché ha deciso di gestire liberamente i suoi soldi e la sua vita, senza dover rendere conto a nessuno se non a quei 300 “nipotini” per cui si è fatta tirare dentro, e adesso si è affezionata. Istituzioni e città? Lasciamo perdere, conta dare l’esempio: a se stessa, a quella maglia, a quei nipotini che poi daranno l’esempio di cos’è il Pavia ai loro figli e ai figli dei loro figli.

Cristina una volta andava al Nisca di piazza Monte Grappa a Varese, aveva pure preso casa alla Cartabbia. «Varese è bella. E oggi quei giovani in maglia biancorossa ci hanno dato una lezione di attaccamento alla maglia: stanno bene assieme e si vede. Quasi quasi li porto al Pavia».

Cristina Rasparini è la presidentessa del Pavia: oggi non c’è un solo giocatore dei suoi a essersi salvato e a meritare tutto ciò che fa per loro, tanto meno l’allenatore Nordi che ha scelto di non metterci neppure la faccia, eppure lei alla fine li ha aspettati lo stesso, poi ha chiuso lo stadio, di sicuro non si è pentita di averli pagati giovedì scorso come fa il 15 di ogni mese e forse starà già pensando a cosa preparare a pranzo in settimana.

Buona fortuna, presidentessa: anche se ti abbiamo battuto, non abbiamo nulla da insegnarti. Anzi…

Tresoldi a fine partita si è presentato in sala stampa assieme al preparatore dei portieri Verderame e a quello atletico Gioia con un atteggiamento mascherato d’umiltà che in realtà tradiva un palpabile senso di rivincita: dopo aver invitato i giornalisti a fare delle domande ai suoi collaboratori, ha risposto con una punta di sarcasmo all’interrogativo cruciale di Elisa Cascioli. «Se ho letto i nomi dei possibili miei sostituti sulla Gazzetta? A questa domanda hanno risposto i miei giocatori sul campo. Se non vinci da 13 partite e sei l’allenatore, in qualsiasi piazza e a maggior ragione a Varese, è ovvio essere in bilico. Non è una cosa strana perché in questi mesi di cose strane ce ne sono state altre».
Filomeno e Zazzi che vengono quasi alle mani a fine gara è stata una bella scena? «No. Ma le nostre cose le risolviamo in spogliatoio. Non ho mai messo in dubbio le prestazioni del Varese. E quella di oggi vale come tutte le altre, non cambia nulla perché domenica contro l’Olginatese dovremo ripartire dall’inizio».

Un bel peperino questo Tresoldi e a noi piace proprio per questo, ma ha trovato pane per i suoi denti e se il problema sono le critiche tecniche ricevute in alcune delle 13 partite non vinte, si rassegni: anche Castori e Sottili, o prima Mangia, venivano criticati con il massimo rispetto ma anche con tutto il diritto di farlo, e lo accettavano. Poi ne uscivano più forti e, magari, migliori (sempre che si possa essere migliori di quel che si è). Di sicuro questo 5-0 non cancella il buono del passato (la squadra ha sempre mostrato uno spirito di sacrificio, una voglia di soffrire e un piacere nello stare assieme da applausi), ma migliora le cose che certamente non funzionavano. Prendiamo Fabien Ba: fatto entrare a gara in corso sette giorni fa, ieri ha spaccato la partita dall’inizio. Speriamo succeda anche con l’Olginatese.

La squadra non è così scarsa come sarebbe potuto sembrare da tutti questi mesi senza vittoria: manca un attaccante ma la difesa c’è (Ferri è decisivo in queste finali salvezza perché sa come giocarle), i piedi buoni ci sono (Palazzolo, Zazzi, Monacizzo) e li abbiamo visti esaltarsi nell’impatto feroce e coraggioso, in quella voglia di osare per vincere già nell’atteggiamento e anche dopo essere passati in vantaggio, come non sempre era stato fatto. È la partita migliore del Varese di Tresoldi insieme a quelle con il Como, l’Inveruno o il Gozzano, non a caso affrontate correndo molti rischi ma con il piglio di chi vuole e può far saltare il banco (due su tre meritavano di finire con una vittoria biancorossa e il derby almeno con un pareggio).

La religione dell’attaccamento alla maglia e dei valori salveranno il Varese dall’Eccellenza ma vedremo se nella prossima finale salvezza del Franco Ossola questo 5-0 sarà stata vera gloria: noi pensiamo di sì, sta a Tresoldi e ai suoi dimostrarlo.

Capitolo società: siamo preoccupati, e molto, e non siamo convintissimi del buon esito finale. Qualcosa non ci lascia tranquilli sul fatto che sia imminente e automatico che Basile accetti la proposta d’acquisto che verrà consegnata martedì al sindaco dai Catellani e dal loro finanziatore. Noi non crediamo che l’accetterà se ci sarà da garantire un solo euro (in qualunque forma) su possibili debiti che emergessero in futuro: lo abbiamo ripetuto anche ieri a Fulvio Catellani e Stefano Salvatori, sperando che abbiano eventualmente un piano-B. Ma non siamo avvocati. Non siamo oracoli. E non siamo nella testa di Basile. Quindi potremmo sbagliarci.  Intanto, almeno per un giorno, godiamo: come ai bei tempi, tutti assieme. Da Tresoldi in giù.

Infine due dediche.
Una è per Pietro Frontini: per via della squalifica di Merlin è andato in panchina anche in trasferta. Oltre a rappresentare i valori del Varese con leggerezza e signorilità da Oscar, è un uomo positivo, qualcuno dice fortunato. Ma la fortuna è tutta nostra, caro Pietro.

La seconda è per Ezio Macchi (sua è la foto in cima all’articolo e anche quella qui in basso): di solito è lui a rendere omaggio al Varese (per sapere quanti sono i tifosi biancorossi in casa e in trasferta basta contarli dalle sue immagini che li immortalano tutti, dal primo all’ultimo), stavolta siamo noi a ringraziarlo. Perché era presente sotto il diluvio nella sua bellissima mantellina azzurra, sgabello e macchina fotografica, con il solito sorriso e la battuta tagliente. In settimana aveva avuto un problemino ma l’ha affrontato, anche grazie alla sua compagna, da par suo: basta un “clic”, se c’è la passione, per scattare avanti e lasciarsi alle spalle qualunque circostanza negativa.

Andrea Confalonieri

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7 pensieri riguardo “La nostra sfida a Tresoldi: ripeti la partita perfetta? Intanto per un giorno godiamo”

  1. MI DISSOCIO DA QUESTO SUNTO DEL MISTER…..
    La seconda è per Ezio Macchi (sua è la foto in cima all’articolo e anche quella qui in basso): di solito è lui a rendere omaggio al Varese (per sapere quanti sono i tifosi biancorossi in casa e in trasferta basta contarli dalle sue immagini che li immortalano tutti, dal primo all’ultimo), stavolta siamo noi a ringraziarlo.
    DICIAMO CHE NON È PROPRIO COSÌ. …MA MOLTO DI PARTE…. ovviamente senza rancore….

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    1. Caro Paolo..NON SUL PENSIERO DEL MISTER…OVVIAMENTE… MA SOLO SU:
      dalle sue immagini che li immortalano tutti, dal primo all’ultimo

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  2. Tresoldi ha ragione in una società “normale” non solo non sarebbe più l’allenatore ma molto probabilmente mai lo sarebbe stato. Lo sa lui ed è evidente a tutti. Nulla toglie all’impegno che ci mette e al fatto non secondario che lo faccia gratis. Comunque vada, é difficile attriburgli colpe.

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