Sannino: «Promesse stupide ed effimere, al Varese servono serietà e umiltà»

L’allenatore biancorosso del secolo si confessa in una splendida intervista a Videovarese: la carriera e la vita, le dimissioni a catena e i giri di campo a Masnago, la partita più bella di sempre (Varese-Padova 3-3), il governo e la nazionale, Ancelotti, Chiellini e la Var. Poi saluta tutti: «Vaffanculo»

Basta un omino con le sue parole, se quelle parole sono grandi e forti come giganti, per riportare il Varese alla realtà, ai suoi valori e alla sua essenza più pura. Così, alla fine di questa intervista, potrà perfino accadere di non avere paura del presente grazie a parole che cadono e lasciano un solco come chicchi di energia, emozione, ironia, malinconia. E soprattutto di speranza: da qualche parte il Varese esiste ancora; più sembra lontano e più in realtà si avvicina perché tutti, nello stridente paragone con l’attualità degli ultimi due anni, lo rivogliono. Il Varese esiste ancora non nei sogni ma negli uomini come Sannino.

Queste parole di Beppe Sannino sono state raccolte da una lunga e deliziosa intervista di Ezio Mainetti sul suo canale Videovarese: un’ora e mezza volata via in fretta grazie anche agli altri ospiti-intervistatori Stefania Bardelli e Paolo Mazzuchelli.

La partita del secolo

«L’ultima a Varese, il 3-3 in semifinale con il Padova. Forse la partita più bella della mia vita. Voi non lo sapete ma se non siamo andati in finale è anche perché ho delle responsabilità nella sconfitta per 1-0 nella gara d’andata: credo di averci messo del mio, il modo di interpretarla fu sbagliato. L’errore più grave fu quello di andare a casa loro giocando come avevamo sempre fatto e come era nel nostro dna: attaccarli alti, sempre avanti. Ho sbagliato nel non far capire ai ragazzi che invece di essere sempre spregiudicati bisognava anche saper aspettare. Nel ritorno del Franco Ossola sul 2-0 e sul 3-2 ero comunque convinto di farcela, ma arrivò El Shaarawy».

Vaffanculo (Fun cool o fan cool)

«Ecco come è nata l’icona della scalata e dei miei tre anni al Varese, un modo di essere, il saluto di tifosi e giocatori, il coro della mia vita. Entro in spogliatoio il giovedì con la squadra ultima in classifica e dico “se aspettate che qualcuno vi allunghi una mano, quel qualcuno lo fa solo per mozzarvela. Quindi mandiamo affanculo tutto e tutti e da oggi pensiamo soltanto a noi. In C2 ero più fuori che in panchina perché sempre squalificato: mi mettevo sempre nella curva (allora erano chiuse al pubblico) dietro la nostra difesa. Così i ragazzi dopo ogni gol dovevano correre lungo tutto il campo per venire sotto di me e mandarmi affanculo. In nessun’altra squadra o piazza è mai più successo: quando nasce qualcosa… nasce solo in quel posto, in quell’era, in quel momento preciso: non è replicabile o imitabile».

Chi promette promozioni e vittorie a Varese fallisce

«Ho detto che non avrei più parlato del Varese perché non c’era da parlare di niente: ormai si era presa una strada… Ma adesso penso ai tifosi, gli unici che contano perché loro vivono per il Varese mentre i presidenti, i direttori e gli allenatori passano. Ma è possibile che bisogna fare sempre delle cose in più che poi non si riescono a supportare soltanto per fare vedere di essere grandi? Adesso che anche la politica ha a cuore le sorti della squadra è mai possibile che non ci sia un personaggio che dica: “prendo il Varese e parto da dove devo partire, prometto niente e nel mio piccolo faccio il meglio possibile per creare qualcosa di solido che resti. Chi mi vuole seguire, mi segua. Chi non mi vuole seguire, stia a casa”. Non si fanno mille promesse per portare allo stadio cento tifosi in più. Il pubblico si rispetta e si responsabilizza trovando una persona umile che dica: “io posso arrivare fin qua, poi vedremo”. Al Varese non puoi e non devi mai dire che parti per andare in serie A, in serie B, in serie C…: questi discorsi portano al nulla».

Non si parte dai soldi ma…

«Per il Varese non serve spendere tanti soldi, non si deve partire da quelli. Serve un personaggio che faccia il presidente e dica: “io ho questa disponibilità che mi permette di arrivare a fine anno e pagare chi mi porta le maglie, chi le lava, chi mette a posto il campo, lo stipendio ai giocatori. Io prometto questo ma nulla in più”. Così sono arrivati 10mila spettatori allo stadio, non con le promesse stupide ed effimere. Tu porti le gente allo stadio perché sei una società seria e simpatica, che si fa voler bene: attraverso quello che fai sul campo, non con le parole. Quelle volano via. Dove sono adesso le promesse e le parole?».

L’amicizia ha un nome: Sean

«Io credo nel vincolo dell’amicizia al di là del lavoro; l’amicizia vera e assoluta per me è quella con Sean Sogliano. Tra di noi il primo a chiamare è sempre quello che vede l’altro in difficoltà».

Da mille a diecimila

«Sono arrivato e c’erano mille persone allo stadio, quando sono andato via erano diecimila. La cosa bella di Varese era l’alchimia con la città. Tutti si identificavano nello stare assieme: non perché eravamo idoli o vincenti ma perché eravamo uomini e varesini normali come tanti».

Sotto la pianta ad aspettare il direttore

«Io davo sempre la formazione a Ciccio Baiano e poi andavo sotto una pianta vicino al cancello dove entrano i pullman delle squadre finché non arrivava Sogliano (era uno dei nostri rituali): mentre lo aspettavo convincevo gli steward a chiudere un occhio per fare entrare qualunque tifoso passasse da lì e me lo chiedesse. Alla fine erano sempre una ventina o una trentina, finché un giorno Montemurro e Rosati mi chiamarono e mi dissero: “Mister, perché lo fai?”. Risposi: “siamo passati da 1000 tifosi a 10mila perché chiunque vuole venire a vedere il Varese va fatto entrare. Perché questa è una famiglia: se qualcuno bussa, apri”».

Il segreto? Comandano in pochi

«Ho pianto quando sono andato via da Varese perché finiva una storia costruita con tutto il cuore. In società il segreto era questo: in pochi facevano tutto. C’erano Rosati e Montemurro al vertice, c’era Sean che comandava la parte sportiva e poi c’ero io: stop. Poi c’erano Paola, Papini e tutti gli altri della società con cui c’erano rapporti di chiarezza e complicità».

Mi dimetto per restare me stesso

«Fino al Watford ho fatto bene quello che deve fare un allenatore. A Siena ci siamo salvati in A con 4 giornate d’anticipo. Il secondo anno in Inghilterra diedi le dimissioni da secondo in classifica per rispetto della famiglia Pozzo e perché per arrivare al cuore dei giocatori inglesi devi essere padrone della lingua (poi vinsero il campionato e andarono in Premier). Negli ultimi 5 anni ho dato 4 volte le dimissioni (Watford, Catania, Salerno, Trieste) lasciando alle mie società tutto quello che avevo o che potevo accampare, contratti biennali compresi. Potrei essere considerato il Don Chisciotte o il pirla della situazione ma credo che ognuno abbia un proprio modo di vedere le cose, magari sbagliato, e debba mantenerlo. Mi hanno spesso chiesto: “Sannino è diventato pazzo?” No, lo era già ma sono convinto che se c’è una persona che mi paga, questa persona merita rispetto: è per questo che sono sempre andato io a parlare con tutti i direttori e i presidenti che ho avuto, dicendo loro in anticipo la formazione e le scelte che stavo per fare. Nello stesso tempo non ho mai voluto che qualcuno entrasse nel mio campo. Non capisco quando in una società c’è qualcuno che dice all’allenatore “si deve giocare così e così, deve entrare quel giocatore e non quell’altro”. Tu prendi Sannino, sai che tipo e che allenatore è, gli dai la mano e a fine anno dici “è stato un piacere e resti, oppure è stato un piacere ma vai”. Io non accontento il presidente o il direttore di turno, facendo finta di niente. Perché so che se anche lo facessi e arrivassi in fondo, poi pagherei lo stesso».

I giornalisti, il conformismo e il Napoli

«Sulla Gazzetta di cinquant’anni e fa e su quella di oggi le domande che si fanno sono sempre le stesse. E anche le risposte: perché se qualcuno risponde fuori dal coro gli dicono “ma chi pensi di essere”? Una sola persona non può vedere o giudicare quello che fanno 24 persone (allenatori compresi) sul campo. E così il giudizio è legato solo al risultato e non al calcio giocato. Il Napoli solo in Italia diventa un problema: tutti lo ammirano ma se alla fine non vincerà il campionato diranno che è stato un fallimento, verrà azzerato e archiviato».

Neto e Zecco

«Io non ho mai fatto il cane da guardia ai giocatori ma li ho sempre allenati facendoli sentire dei “ragazzi”, inculcando la responsabilità non nei confronti dell’allenatore ma della città e della società. Neto e Zecco incarnano questa capacità di giocare anche a quarant’anni con il piacere dei ragazzini».

Il futuro a 61 anni

«Cosa c’è nel mio futuro? Alla soglia dei 61 anni vorrei tanto trovare qualcuno che abbia voglia di costruire un progetto che non duri pochi mesi. Costruire qualcosa di importante senza promettere, enfatizzare e creare cose che poi non ci sono. Io credo che i tifosi e la città apprezzerebbero chi dice sempre le cose come stanno, a volte facendo un passo indietro piuttosto che un passo avanti per un abbonamento in più».

L’Italia che non va al Mondiale…

«È come una pizza senza pomodoro e mozzarella».

…e quella che ci tornerà (con Ancelotti e zoccolo duro)

«Buffon, Chiellini (numero uno), Barzagli… È lo zoccolo duro che dà qualcosa alla Nazionale. Guardate la Juventus dell’anno scorso: fece malissimo fino al Sassuolo, poi ci fu il faccia a faccia tra vecchia guardia e nuovi; e arrivò la svolta. Lo zoccolo duro serve per dare le regole a chi arriva. Modulo? I numeri contano nulla. Conta quello che un giocatore ha dentro e riesce a tirare fuori. L’allenatore dell’Italia per me è Ancelotti. E’ il più portato, è un selezionatore che non ha bisogno di stare tutto il giorno sul campo; in più è una persona a modo, serafica. Vi do una chicca: quando a 18 anni in serie C affrontai il Parma, Carletto giocava con il numero 9 da centravanti arretrato. Era già un passo avanti».

Il mio allenatore in serie A

«Di Francesco».

La Var è come un piatto freddo

«Tra un calcio romantico e un calcio tecnologico sono portato per il primo. Sono fatto così: mi basta sapere se la palla è dentro la linea di porta oppure se è fuori. Ormai il calcio è  un piatto freddo, metallico: s’è perso un po’ di sapore. Ho visto Genoa-Milan: dopo il gol di Rigoni, che è stato mio capitano al Chievo, prendo il cellulare e gli scrivo “che bello vederti gioire”; poi vedo l’arbitro che ferma tutto e dopo un po’ annulla per fuorigioco. Ho cancellato il messaggio…».

Allenatore o spazzino

«Io so stare solo su un campo di calcio, all’aria aperta. Quando smisi di giocare, fui costretto a lavorare e dissi: “Voglio fare lo spazzino, in mezzo alla strada e alla gente”; perché se mi chiudo in una stanza, muoio».

Il tecnico del Toro non mi diede la mano

«Prima di battere 3-0 il Torino a Masnago usciamo dallo spogliatoio e ci troviamo di fronte ai granata nel tunnel; io vado dal loro allenatore (Lerda) per stringergli la mano e lui mi dice “dopo, dopo”. Rolando Bianchi, vedendo la scena, si avvicina e mi dice “andiamo avanti, mister”. Sapete perché lo prendo ad esempio come un brutto gesto? Perché fa passare la voglia di dare la mano alle persone».

La Triestina e il factotum

«Ho accettato di andare là perché per me era come allenare in serie B o in serie A. Perché intravedevo in Mauro Milanese, che è stato mio giocatore, la possibilità di costruire qualcosa di importante… Fa un po’ il factotum: è per questo che sono andato via».

L’emozione più grande all’Olimpico

«Prima volta all’Olimpico: il mio Siena gioca con i giallorossi di Luis Enrique. Chiamo mio figlio e gli dico “Simo, sono all’Olimpico”; e lui risponde: “Ti vedo”. Entriamo in campo per il riscaldamento e la Roma non c’è. Allora dico a Baiano: “Ciccio, ma questi non escono a scaldarsi?”. Dopo dieci minuti, niente. A un certo punto sento la curva Sud che comincia a tremare e ad aprirsi, vedo Totti, De Rossi uscire da là sotto con tutta la squadra dietro; sembravano venirci incontro in diecimila e mi sono sentito un puntino. A Ciccio dico: “Quanti ne prendiamo stasera?”. Finì 1-1».

Il calcio non è credito o debito

«Allenatore o calciatore? Il primo: perché l’allenatore crea e mette assieme le persone. Il calciatore è un’azienda a sé, soprattutto negli ultimi tempi, insieme ad altre aziende che devono fare profitti. La partita a volte si riduce a questo: vinciamo, c’è credito; perdiamo, c’è debito».

Il mio governo? Sicurezza e lavoro

«In due hanno vinto e hanno la maggioranza, quindi… Io non guarderei il lato politico delle elezioni ma quello che serve all’Italia. Primo: la sicurezza. È quella che ci dà la possibilità di fare ciò che vogliamo senza avere paura. Perché un papà deve aver paura a vedere uscire suo figlio quando vuole andare a giocare in piazza fino a mezzanotte con i suoi amici,  come facevamo noi da piccoli? Era bellissima quella libertà così sicura: adesso c’è il coprifuoco,  soprattutto nelle periferie. Secondo: il lavoro. Ci riempiamo tutti la bocca ma alla fine si fa poco per dare la possibilità alla gente di lavorare. Le persone in Italia si sentono numeri. Mi auguro che si possa cambiare».

Vaffanculo anche a voi (e a noi)

Sannino a questo punto manda alcuni “vaffanculo” personalizzati, soprattutto ai giornalisti.

A Claudio Piovanelli: «Ti voglio bene e per questo ti dico vaffanculo, Pio. Quante corse abbiamo fatto assieme».

A Filippo Brusa: «Sei innamorato del Varese e per questo soffri davvero. Fili, ma vaffanculo».

Ad Antonio Triveri: «Una persona a me cara. Ma non lo mando affanculo».

A Vito Romaniello: «Un gran vaffanculo per tutti i film che hai fatto su di me. Non potrò mai dirti “no”, Vito».

A Paola Frascaroli: «Bellissima donna e segretaria, gentile, straordinaria».

Ad Andrea Confalonieri: «Ma vaffanculo, Confa. Quando ci facciamo una birra?».

A Michele Marocco: «Vaffanculo perché mi ha fatto tante fotografie, mi mettevi sempre dentro a questi bei quadretti».

A Nicolò Ramella: «Nicolò, stai facendo bene il tuo mestiere e perciò… vaffanculo».

A Fabrizio Pizzullo: «Dietro le telecamere, un bel vaffanculo».

Ad Antonio Rosati: «Con il presidente ci siamo visti recentemente a una partita della Bustese Milano City: niente vaffanculo ma un abbraccio per tutto quello che è successo».

Ai giocatori: «Quelli che ho allenato a Varese mi hanno dato tantissimo, quindi mando affanculo tutti. In special modo Gambadori che in finale contro la Cremonese continuava a dirmi “mister, mi fai entrare?”. “Ho fuori tutti i difensori, se ti inserisco devi fare il terzino, Gamba”. “Mister, io ci sono”. “Ma dove ti metto? Fuori Camisa e Preite, squalificato Armenise; sposto Pisano a fare il centrale e te come terzino. Entra Gamba, e vaffanculo”. Così il Varese è andato in serie B.

A Beppe Sannino: «Un bel vaffanculo a me stesso perché a volte non dico che devo saper contare prima di agire o parlare né che devo lasciar perdere l’orgoglio… ma almeno devo imparare a fare spallucce. Mi sento sempre tutto d’un pezzo e questo può essere un errore. Perciò mi mando affanculo».

POI SANNINO MUOVE LE LABBRA, FISCHIA TRE VOLTE, L’INTERVISTA FINISCE MA LA PARTITA CONTINUA.

Andrea Confalonieri

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2 pensieri riguardo “Sannino: «Promesse stupide ed effimere, al Varese servono serietà e umiltà»”

  1. Sono le 3.30 di notte..ho appena finito di leggere questo articolo…ora spegnero’ la luce mi addormentero’ e so gia’ cosa sognero’……speriamo si avveri…..vaffanculo

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  2. Va là barlasch la storia scrive: partita venduta 5 a 0 con siena e contratto scritto come allenatore del siena . AFFASCOOL i tifosi del VARESE .
    VA a ciapal, por fiurel, ciao nino. IL TIFOSO DEL VARESE NON DIMENTICA , MAI! VENDUTO.

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