Io oggi comprerò il biglietto anche se ho l’abbonamento. Perché voglio che la lavandaia Rosi venga pagata

Varese-Olginatese è una finale salvezza ma è anche la giornata biancorossa nel momento più drammatico del club. Gli abbonati possono acquistare il biglietto compiendo un gesto di grande cuore: l’intero incasso andrà a squadra, mister e staff che non vedono un euro da ottobre. Ecco perché noi pagheremo l’ingresso pur avendo l’abbonamento

Perché entrando nel Franco Ossola deserto il giorno delle scritte di contestazione alla società e di appoggio a giocatori, allenatore e staff era presente una sola persona, e questa persona era seduta in tribuna con lo sguardo rivolto al campo e con le lacrime agli occhi. Era la segretaria Chicca Bianchi: ecco, noi pagheremo il biglietto perché vogliamo che domani quando entrerà in sala stampa a comunicare l’incasso e a portare i soldi in una busta da consegnare alla squadra, Chicca abbia ritrovato il suo bellissimo sorriso.
Perché ieri Roberto Pisoni ci ha chiamato dicendo: «Ho preparato i miei 50 euro per acquistare due biglietti in tribuna per me e per la mia mamma Molina Maura di 71 anni che non potrà essere presente con il suo abbonamento ma vuole esserci lo stesso con questo piccolo gesto» (Pisoni è un bravissimo commerciale che aiuta il Varese sia quando tira vento, sia quando splende il sole ma è soprattutto un tifoso del Varese con il cuore in mano).
Perché il Varese è diventato per alcuni una questione personale ma invece è solo il Varese e desidera solo vivere: se si salva, si salvano tutti; ma se muore, muoiono tutti.
Perché adesso siamo veramente (finalmente) soli come quando da ragazzini giocavamo nel campetto del quartiere. Soli con i nostri sogni, i nostri compagni, i nostri tifosi. Nessuna società. Nudi e puri con la maglia del Varese. Bella, pulita, non inquinata dai soldi. Giochiamo per amore del calcio, per la squadra, per cose non materiali. Sentimenti, rispetto, onore riacquisiscono valore in un momento come questo. E se non tutti lo capiscono poco importa, i gesti che lasciano il segno non sono obbligati ma spontanei, sinceri, sentiti. Come le persone che li compiono.
Perché Monacizzo a dicembre aveva una decina di offerte ma è rimasto senza nemmeno pensarci. Perché Morao ha firmato in mezzo al campo usando più o meno queste parole: «Io i soldi a casa ho bisogno di portarli, soprattutto per i miei; se ci sono problemi economici troppo grossi ditemelo». Poi però ha firmato lo stesso e anche se non ha ancora visto un rimborso è il primo a caricarsi sulle spalle le porte delle partitelle a fine allenamento, il primo a sorridere, il primo a lottare. Perché Palazzolo poteva andare in serie C a prendere dei bei soldi ma è ancora qui, è il migliore e ogni giorno se ne va scherzando con il suo amico Zazzi come se la vita e il calcio gli avessero fatto solo uno scherzo, non uno sgambetto (Zazzi che ogni domenica riceve il borsone per la settimana riempito dai suoi genitori). Perché Fratus, Bizzi e tutti questi ragazzi non hanno mai pensato neppure per un attimo di mollare. Di scioperare. Di urlare. Di scappare. Di non arrivare fino in fondo.
Perché nonno Luigi che oggi non c’è più e che ogni Natale arrivava davanti al cancello sbarrato del Franco Ossola solo per dire una preghiera e fare gli auguri al Varese deve avere sicuramente ispirato suo nipote Alessandro Merlin autore di queste parole: «Se ci staccano l’acqua vado a fare la doccia nell’Olona con la squadra ma all’ultima giornata di campionato e all’ultimo allenamento noi ci arriviamo».
Perché Gigi Galassi, Giorgio Scapini, Stefano Battara, Fabio Fidanza, Lollo Mariani e tutti gli amici veri che vivono il Varese insieme a noi ogni secondo della settimana, dell’anno e della vita oggi compreranno il biglietto: sapete, noi siamo veramente una famiglia biancorossa che aiuta chi si trova in difficoltà.
Perché nonostante le critiche (tecniche) che gli abbiamo mosso non dimentichiamo queste parole di Paolo Tresoldi: «Una situazione del genere avrebbe fatto passare la voglia a tanti, qui ha avuto l’effetto contrario. Questa gente non si merita il periodo che sta vivendo e non è solo questione di categoria. Ma è incredibile e nessuna piazza può vantare un seguito del genere: vedo 200 persone a Tortona, vedo una curva che torna a cantare capendo le difficoltà, vedo gente che si mobilita per andare in Comune togliendo tempo ad altro, vedo tifosi che si avvicinano e dicono “non mollare”. La situazione che stiamo vivendo è pesante e loro ci stanno aiutando a sostenerla: sentire questa vicinanza ora fa più bene rispetto a un “bravo” quando tutto funziona. Hanno dimostrato che farebbero di tutto pur di aiutarci. Il nostro desiderio è regalare anzitutto a loro una stagione da raccontare anche se è “solo” una salvezza: con tutte le sue difficoltà, che anche loro hanno vissuto da protagonisti. Questo è il regalo che vorremmo fare ai tifosi: un risultato, raggiunto tutti insieme, di cui essere fieri».
Tresoldi per noi è un uomo vero del Varese e questo viene prima di tutto, anche delle critiche (amiamo troppo questi colori per fermarci ai complimenti), e se non l’ha capito significa che abbiamo sbagliato noi a non farci capire. A trasformarci in giornalisti troppo cinici e poco umani o sensibili. Quindi gli chiediamo scusa e gli diciamo che al Sacro Monte, quando ci saremo salvati, andremo assieme.
Perché Stefano da Cadice ci scrive: «Quando se ne va un pezzo della tua vita, muore una parte di te. Il Varese è una parte della mia vita. Domani comprerei un biglietto per rivedere volti e sorrisi, risentire profumi e rumori che risuonano sempre dentro di me. Tutto questo vale un biglietto o forse molto di più».
Perché un lettore dell’anticonf@rmista oggi ha mandato questo messaggio: «Ciao ragazzi vi seguo dalla Sicilia, ho sempre avuto il Varese nel cuore e soffro maledettamente a vederlo così». Tranquillo, domani è come se fossi qui: il biglietto te lo compriamo noi.
Perché finché il Varese non sarà fallito, o salvo, non vogliamo più sentire parlare di società, acquirenti, proprietari. Esistono un allenatore, lo staff, i giocatori, i tifosi: giochiamo per noi, per la maglia. Gli altri non esistono. Moriamo o ci salviamo noi, come diciamo noi.
E infine perché vediamo ogni giorno la lavandaia Rosi spingere il carrello pieno di maglie e pantaloncini dei giocatori fino alla lavatrice dello stadio, senza battere ciglio quando qualcuno le chiede come va: «Finché c’e una maglia pulita – dice – esisterà sempre un giocatore del Varese pronto a indossarla». Domani pagheremo il biglietto perché Rosi merita di avere il suo rimborso. Perché non chiede nulla ma dà tutto. E merita tutto.
Andrea Confalonieri

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