Lo Scoiattolo si arrampica in cielo: «Siamo partiti da uno scantinato, arriveremo in California. Il Varese? Salviamo la Varesina e poi si vedrà»

Viaggio nell’azienda-squadra-famiglia a un passo dal capoluogo (120 dipendenti, 30 milioni di fatturato nel 2017, 7 campi per 500 giovani): «Prima vengono radici e strutture, poi l’acquisto di giocatori forti». La stima (ricambiata) con Milanese e Orrigoni, la visita del sindaco Galimberti, i giocatori in fabbrica. «A Masnago non puoi trasferire una squadra ma un progetto»

(Questa chiacchierata con Max e Matteo Di Caro – nella foto con papà Lino – non significa nulla in più di ciò che è: appunto, una chiacchierata tra amici. Non è fatta per innescare dibattiti, né per deludere qualcuno o sedurre qualcun altro. C’è una realtà importante a 10 chilometri da Varese fatta da persone importanti che è giusto conoscere. E far conoscere a tutti).

«Per me i soldi non sono tutto», disse Lino Di Caro quando nel 2015 rifiutò di cedere Lo Scoiattolo a un fondo che lo avrebbe ricoperto d’oro e che avrebbe consegnato la ditta di famiglia nelle mani di un investitore estero.

«Subito dopo papà disse a me, a Matteo e a mia cugina Valentina: “Io e il nonno abbiamo fatto questo passo, adesso tocca a voi scendere in campo”». (Oggi Lino è ad, Max direttore generale, Matteo cura la parte commerciale con l’estero e Valentina quella amministrativa).

In quel “voi”, che poi è un “noi”, c’è dentro tutto: un’azienda che è una squadra che è una famiglia. Passato, presente e futuro legati da un filo d’acciaio su cui sono scritte parole antiche alla base di qualunque decisione e dei rapporti umani all’interno e all’esterno dall’azienda-squadra-famiglia Di Caro. Una stretta di mano e la parola data da queste parti contano più dei soldi che già c’erano, ci sono e ci saranno (il fatturato nel 2017 è stato di 30 milioni, i dipendenti sono 120). E poi concetti che sembrano gabbie ma che, in realtà, sono una riscoperta, una spinta e una diversità che fanno la differenza. Fedeltà alle radici, umiltà e sacrificio ma anche attesa, puntualità, studio, intuito, caparbietà e, soprattutto, serietà.

«Un’azienda e persone serissime» dice di loro Eugenio Morlacchi, direttore commerciale del consorzio C3 che raduna le principali imprese della grande distribuzione italiana. Piccolo aneddoto: Eugenio è il “direttore” a cui ci rivolgiamo appena qualche imprenditore viene accostato al Varese, e lui con due parole ci dà l’idea e la cifra delle persone con cui abbiamo a che fare. Finora non si è mai sbagliato.

RADICI. «Nonno Umberto – raccontano Max e Matteo – è partito da uno scantinato e ha costruito tutto da solo grazie ai tortellini di nonna Ebe e alla sua Ritmo Diesel con cui girava l’Italia. È come se da piccoli arrivassimo in azienda sui sacchi di farina. E quando vedevamo tutti quei ravioli passare sotto le finestre di casa il nonno ci diceva che con le persone aveva una sola parola perché se non fosse stato serio avrebbe bruciato in un attimo il marchio».

DIVERSITÀ. «Facciamo cose diverse dagli altri. Per esempio abbiamo stretto recentemente un accordo che porta per un anno i nostri prodotti anche in Esselunga: hanno l’esclusiva della pasta prodotta al 100% da farine di legumi (piselli, lenticchie, ceci) e iperproteica. Abbiamo rapporti con Lidl e catene internazionali così come con Tigros».

IDENTITÅ. «Legarci all’alta cucina? No, il nostro prodotto deve essere di altissima qualità ma vicino alla gente. Rendiamo sostenibile e consumabile più volte alla settimana una pasta che prima era solo da ricorrenza».

L’ESTERO E L’ITALIA, SOGNANDO LA CALIFORNIA. «Scandinavia, Olanda e l’estero rappresentano il 65% del nostro mercato ma il 2018 è l’anno in cui abbiamo aperto alla Francia. Ci resta la Germania ma il sogno è l’America: tutti i trend salutistici passano dalla California e presto saremo là. In Italia andiamo forte al Nord ma dobbiamo rendere il nostro marchio riconoscibile anche dopo Roma: siamo seri, solidi, puliti, sani e su questo puntiamo».

LA… LA… LA… VARESINA. «Non siamo cambiati perché in questa stagione abbiamo cambiato tre allenatori (Spilli resta il mister della nostra vita, Marzio era con noi da sempre): ci siamo adeguati alla realtà e cioè a 10 sconfitte e 13 gare senza vincere. Esigenze e palcoscenici diversi richiedono decisioni diverse ma noi siamo sempre gli stessi. Quest’anno è stato sanguinoso e ci sta lasciando un bel po’ di ferite: il mio distacco dalla prima squadra dopo il ritiro (sta parlando Max) rende difficile se non impossibile e ingiusto prendere decisioni nei confronti di ragazzi con cui ho condiviso tutto».

ERRORI E DECISIONI. «Se siamo quintultimi è perché a inizio stagione abbiamo sbagliato nella valutazione di qualche persona, e questo errore ci ha condotto a compiere scelte dolorosissime. Però davanti a quelle scelte abbiamo sempre messo un’idea che nessuno ci porterà via: chi lavora o gioca con noi deve sapere che è fortunato, rispetto a tanti altri, di poter ricevere quanto gli spetta il 10 di ogni mese e di avere tutto il necessario per svolgere al meglio ciò che sa fare. Con noi puoi andare a letto sereno ma non devi tradire i nostri valori. E devi sputare sangue sia quando vinci 3-0, sia quando perdi 0-3».

IL MUCCHIO DI LETAME E I MOSCERINI. «Adesso ci sono la lavanderia, gente che mangia pollo biologico, il sintetico e il profumo dell’erba tagliata e delle rose ma quando siamo arrivati la prima volta a Venegono ci allenavamo sentendo l’odore di un mucchio di letame e respirando polvere, i moscerini appiccicati sul volto, un campo sterrato e cancelli arrugginiti. Queste sono le nostre radici e non le cancelliamo: il giorno in cui lo facessimo, perderemmo l’identità e ciò che ci spinge, tutto il sacrificio, la fatica e il lavoro che dobbiamo ancora fare. E quando i nostri giocatori se lo dimenticano, li portiamo a fare un giro in fabbrica».

PS: a questo punto Max e Matteo Di Caro chiedono se non fosse stato così anche per il Varese di Sogliano ripartito nel 2004 da campetti senz’acqua calda né luce, e chiedono anche se non furono la capacità di non tradire mai la serietà e la professionalità, la fame e la rivincita alla radice della scalata in serie B. Se non fu, parole loro, «la capacità di sentirsi tutti la stessa cosa, quella che fece scendere in campo 7mila giocatori del Varese contro i soli 11 della Cremonese nella finale del ritorno in B».

ADANI, SAMADEN, L’INTER, L’ATALANTA E IL VIVAIO. C’è una frase di Lele Adani che campeggia sul profilo Facebook di Max Di Caro ed è questa: «Bisogna lavorare sulle strutture e sui campi nei settori giovanili. Bisogna rendere professionisti gli allenatori. Oggi nei settori giovanili ci sono amici di amici di amici che prendono diarie da dopolavoro: ci vogliono professionisti per allenare questi ragazzi. Anche la famiglia è importante: quando portate il figlio ad allenarsi, poi c’è da tirarsi via dai coglioni. Non bisogna stare dietro alla rete a dire all’allenatore come dovrebbe giocare».

«Un campionato lo possiamo vincere subito spendendo un milione – dice Matteo – oppure tra qualche anno perché invece di comprare i tre giocatori più forti abbiamo usato quei soldi per le strutture, campi in sintetico in più per le giovanili, centro di fisioterapia, corsi per tecnici di base. Magari quest’anno a cinque giornate dalla fine siamo ancora in zona playout con la prima squadra ma dove saremo l’anno prossimo o quello dopo se grazie a quell’investimento dal basso l’Atalanta o l’Inter di Samaden sono venute a cercarci e a fare accordi con noi, se i nostri ragazzini sono già in serie D o nelle giovanili nerazzurre (ce ne sono già una decina tra Bergamo e Milano), se abbiamo seminato nel territorio? Se investi nell’identità e nella credibilità arrivi in alto e poi non cadi, ma ci resti».

NB: i ragazzi nel vivaio della Varesina sono 500, i campi sono 7 (tre a Venegono di cui due in sintetico, tre a Castiglione di cui due in sintetico, uno a Vedano), sono in partenza i primi tornei giovanili della storia a Venegono con squadre professionistiche (Inter, Genoa, Samp, Feralpi, Chievo, Parma, Brescia).

PERSONE SENZA MASCHERA. COME IL BETTI. «Papà ci ha insegnato a dire le cose in faccia perché chi porta una maschera alla fine è costretto a rivelarsi e la sua vera identità viene fuori. Magari a volte puoi sentirti sbagliato, ma è in quel momento che devi difendere ciò che sei senza farti cambiare dall’esterno o dagli altri. Anzi devi buttarti nel fuoco insieme alle persone che credono in te e hanno gli stessi valori:  gente che per noi si chiama Spilli, Tino, Albizzati, Marzio… e adesso Bettinelli. È una persona che, pure quando non era dei nostri, ci dava l’idea di esserlo: gran lavoratore, piedi per terra, umiltà, cose dette in faccia. È entrato nello spirito della Varesina… anzi forse ce l’aveva già di suo».

Altra interruzione a proposito di persone che si buttano nel fuoco per lo spirito di bandiera, e portano con sé nel fuoco anche tutti gli altri, con una sorprendente domanda dei Di Caro: «Quale giocatore di queste caratteristiche riporteresti nel Varese?». Risposta con classifica: «1 Neto Pereira. 2 Gambadori (e, navigando nel tempo, Gorini o Viscomi) come idea di giocatore che per la maglia si metterebbe a fare anche il guardalinee. 3 I giocatori forti nati nel Varese e ora in esilio in tante altre squadre».

L’INCONTRO CON GALIMBERTI. «Dopo essere stato incaricato di occuparsi della crisi del Varese ci ha chiesto un incontro per capire come mai a pochi chilometri esistesse una realtà come la nostra. Voleva conoscerci e studiare il nostro progetto ma anche gli accordi con i Comuni, lo sviluppo delle strutture, gli investimenti compiuti nei dettagli: così è venuto a trovarci. Poi ci ha illustrato la situazione del club biancorosso…».

AL FRANCO OSSOLA SI PORTA UN PROGETTO, NON UNDICI GIOCATORI. «Il discorso è più complicato di ciò che sembra. Dire che porteremo la prima squadra della Varesina a giocare a Masnago è assurdo: primo perché adesso pensiamo solo a salvarci; secondo perché a Varese e ai tifosi del Varese puoi arrivare portando un progetto, non undici giocatori o una squadra con un nome diverso da quello del Varese… E poi bisogna parlare di strutture e campi, capire qual è la convenzione per lo stadio. I Di Caro a Varese? Per ora ci vengono mio papà e mia mamma: in corso Matteotti, a farsi l’aperitivo».

MILANESE, ORRIGONI E GLI SPONSOR. «Chiedete se conosciamo Claudio Milanese e Paolo Orrigoni? Certo, soprattutto nostro padre: persone serie con cui esistono stima e buoni rapporti anche in campo lavorativo. Ma sulle persone che hanno un’impresa e poi magari diventano sponsor o sostenitori vorrei dire una cosa: li vedete quei nomi? (NB: i nomi indicati da Max sono quelli di Nouvelle, Chiaravalli, Moreno, Deles che affiancano la Varesina). Ecco, quelle aziende ci sostengono perché abbiamo fatto vedere dove andranno i loro soldi presentando progetti, numeri, campi, ragazzi coinvolti, attività sociali (i Di Caro non lo diranno mai perché «quando aiuti qualcuno non lo dici, lo fai in silenzio e basta», ma finanziano il Pezzettino di Milano, casa accoglienza di ragazzini maltrattati a cui permettono di vivere – appunto – un “pezzettino” di vita normale andando al campo o allo stadio)».
La morale? Chi ha i soldi, li dà a persone serie.

LA SERIE B NON SI PROMETTE MAI. «Non puoi dire alla gente che in tre anni vai in serie B perché se poi non ci vai perdi la tua credibilità e la tua serietà. Mi è tornato tra le mani un ritaglio di giornale dell’ottobre 2015: prima di sfidare e battere il Piacenza nell’ottobre 2015 mio padre disse che avrebbe costruito una tribuna da 600 posti. E l’ha fatta davvero! Quello che dici, fai».

I RAGAZZI E L’ALLENATORE DEL VARESE. «Penso ai ragazzi e all’allenatore del Varese lontani da casa magari con le bollette e l’affitto non pagati; e immediatamente penso alla sofferenza di un papà come il nostro se sapesse che suo figlio è in quella condizione. Questa situazione è molto triste e, per quanto può contare, provoca molto dispiacere in tutte quelle persone che credono nelle cose giuste, nel lavoro e nei rapporti umani. Che poi siano il Varese e i giocatori del Varese a viverle, quel Varese che a volte non riuscivamo ad andare a vedere allo stadio perché non c’erano più biglietti, rattrista ancora di più. Ma arriveranno in fondo perché il gruppo c’è».

CHI VIVRÀ, VEDRÀ. «L’ultima partita del campionato sarà Varesina-Varese e sembra quasi uno scherzo. Il vero scherzo, in realtà, sarebbe che non fosse davvero l’ultima, ma la penultima… Adesso la cosa più importante per noi è salvare la Varesina, poi capiremo gli scenari e gli sviluppi futuri: è una promessa… Chi vivrà, vedrà».

Con Max e Matteo si finisce a parlare di papà Lino a cui viene il groppo in gola quando entra in spogliatoio per parlare ai giocatori (succede perché vede un figlio in ognuno di loro), della Varesina che per salvarsi avrebbe bisogno di tornare a sentirsi una cosa sola con chi la segue, del pubblico e della curva del Varese che hanno marciato nel 2015 o sono andati in Comune due mesi fa, di Sogliano e di cosa farà al Bari, prima di darsi appuntamento all’ultima partita del 6 maggio al Comunale di Venegono. Che non sarà l’ultima, per nessuno.

PS: lo Scoiattolo si chiama così perché durante una gita in montagna i nonni, con i genitori e gli zii di Max e Matteo, videro una famiglia di scoiattoli e si sentirono un po’ rappresentati (lo scoiattolo è sempre in movimento tra un ramo e l’altro, è veloce e simpatico, fugge dagli estranei e non va mai in letargo).

Andrea Confalonieri

10 pensieri riguardo “Lo Scoiattolo si arrampica in cielo: «Siamo partiti da uno scantinato, arriveremo in California. Il Varese? Salviamo la Varesina e poi si vedrà»”

  1. E adesso voglio vedere quelli che si riempiono la bocca della “squadra senza storia che ci ruba l’identità”: io amo il Varese, ma rimbecillirci ruminando una presunta nostra superiorità (che ormai se ne sta solo sulle pagine ingiallite di vecchi giornali e almanacchi) è sintomo di “manchevolezza di idee” (cit.) ed è una delle concause dei fallimenti dell’ultimo triennio. Per quel che mi riguarda, dateci più Varesina, più Pavia, più Renate, più Giana Erminio, che spero quanto prima (e lo dico in tutta serietà) di vedere in Serie B. Tutte assieme.

    Mi piace

      1. Ah, ovviamente liberissimi di seguitare a pensare che “il Varese è di più”… e di cullarci su un passato che non tornerà. Oggi al massimo quella terza persona del verbo essere la puoi coniugare all’imperfetto: Borghi è morto, Trolli è morto, la grande imprenditoria varesina è morta… e tra i vivi, Sogliano fa altro, Rosati fa altro, Milanese fa altro, Orrigoni junior fa altro. Il Varese grande in quattro stagioni non ce lo ridà più nessuno. Prima ci rendiamo conto che i modelli a cui guardare sono proprio Rasparini, Bamonte, Spreafico e i Di Caro, prima rinasceremo per durare. In alternativa, un libanese salta sempre fuori

        Mi piace

  2. Ho scritto ieri senza sapere dell’articolo di oggi… tifo per il Varese da tempo pur provenendo da una regione per tanto tempo rappresentata da una ex grande squadra, la Reggina e, quindi, comprendo, l’attaccamento alla storia e alla maglia. L’ipotesi della Varesina a Varese è una chance importante: squadra del territorio, gente seria, strutture consolidate, imprenditoria sensibile. Il resto poi viene da se… per il colore della maglia e per la tifoseria un accordo si trova.

    Mi piace

  3. Perchè la varesina e non la caronnese o il gavirate o la vergiatese? Con tutto il rispetto ma non è che sbianchettando un nome per metterne un altro, si fa una società e se ne eredita la storia. La Varesina è una bella realtà che però è limitata alla sua dimensione di piccola e non penso proprio che i De Caro abbiano intenzione di cambiare mentalità e diventare più ambiziosi. Per altro se la competenza a livello sportivo è dimostrata dal prendere il betti come allenatore, megloo evitare altre inutili sofferenze future al pubblico di Varese che già ha patito tanto.
    P.s. Auguri per la salvezza, vuoi vedere che i derelitti senza società fanno retrocedere i fenomeni che si sono fatti dal nulla… Che noia questa vuota retorica…

    Mi piace

    1. Tu lo chiami “patire”, io lo chiamo fare i passi piccoli. Poi le scelte infruttuose le facciamo tutti (e gli allenatori non crescono sugli alberi), ma “i fenomeni che si son fatti dal nulla” hanno la certezza che dopo un’uscita a vuoto avranno sempre le spalle coperte e la solidità per ripartire. E di questi tempi non è poco

      Mi piace

      1. Nessuno toglie i meriti ai De Caro. Però chiariamoci subito. Un conto è la realtà della Varesina, un conto sono le ambizioni di una società come dovrebbe essere il Varese. Non si può pensare di traferire semplicemente una squadra al franco ossola e chiamarla Varese. Bisogna anche alzare in proporzione le prospettive ed è tutto da vedere che lo vogliano e siano in grado di farlo.

        Mi piace

      2. le ambizioni di una società come dovrebbe essere il Varese possono tranquillamente armonizzarsi con una politica di crescita responsabile. In parole povere, io sarei disposto ad accettare anche diverse stagioni tra Serie C e Serie D, se nel mentre questo “nuovo Varese” investisse a fondo nel vivaio, nelle strutture, nelle attività di respiro sociale. Perché senza fondamenta solide, il grattacielo che eventualmente si va a costruire avrà sempre i piedi molli, esponendosi ai capricci dell’imprenditore di turno e dei rovesci che il costoso mondo del calcio riserva. Non ci servono magnati, ci servono persone che sappiano quello che fanno e che abbiano un progetto a lungo termine. Come ha detto giustamente un utente qui sopra, se la squadra di una metropoli come Gorgonzola (1/4 di Varese) da due stagioni si gioca la Serie B (e credo anch’io che prima o poi ci arriverà) è perché sono trent’anni che lavora con costanza, con le persone giuste e senza andar dietro a venditori di fumo. E adesso ha uno stadio nuovo e un centro sportivo modernissimo (visto tutto coi miei occhi).

        Mi piace

      3. Yale, quando vuoi ti offro un caffé alla Brasiliana 🙂 hai colto perfettamente il punto. Il problema è che, a quanto vedo, tu e io siamo pesci sperduti nel mare degli ingordi. Il tifoso medio del Varese vuole sentirsi promettere la B o la A in N anni, e se così non accade subito inizia a brontolare… è quell’ignoranza (in senso letterale) che deve essere estirpata. Piedi per terra, pazienza e rispetto: i miracoli non succedono (più), o se succedono durano un battito di ciglia. E ci ritroviamo più poveri, sfigati e incazzati di prima

        Mi piace

  4. ma pensare che un imprenditore di Varese possa gestire bene il Varese come fanno i Di Caro a Venegono con la Varesina? loro hanno detto bene, le imprese ti sponsorizzano se sei serio ( anche perché chi sponsorizza ha sempre un tornaconto…)e noi di persone serie a cui affidare soldi non ne vediamo da anni . Un Orrigoni che coinvolga qualche decina di suoi fornitori ( esattamente come fanno a Venegono) e faccia gestire la societa’ a una figura di sua fiducia?e’ proprio impossibile? Confa perché non lo intervisti? in fondo tanti anni fa fu il padre a tirarci fuori dai guai e ripartimmo con lui…certo il problema ora e’ il debito che nessuno sano di mente si accollera’ mai e quindi bisognerebbe capire da che categoria ripartire

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...