«In questo triste momento si vede il vero attaccamento»: il Varese tocca il fondo e ritrova le sue radici

Cinque mesi di solitudine e sofferenza riportano tutti all’essenza che ha sempre fatto grandi questi colori: non soldi, promesse e grandi acquisti ma un cuore puro da dilettanti e da signori nessuno. Così lottiamo uniti fino alla fine

«In questo triste momento si vede il vero attaccamento. Questo pubblico non conosce fallimento»: lo striscione cubitale esposto dagli ultrà sulla Curva Nord, chiusa dai tempi della B ma riaperta dal loro gesto, riempie lo stadio più di quanto lo fosse nei playoff per la serie A.
Lo riempie di verità e di quel senso d’appartenenza a una storia che parte dai piani bassi anche quando arriva ai piani alti.
Lo riempie di quelle radici e di quel disperato attaccamento alla bandiera paradossalmente riscoperti da quando la squadra e l’allenatore sono rimasti senza società, soli con il loro pubblico a nuotare controcorrente, contro la nomea di falliti (la frase detta dal portiere del Borgosesia domenica scorsa fu: «Rimandiamoli dove meritano», e sarà la frase che ci farà salvare dedicando la salvezza proprio a lui), contro la storia del calcio (può salvarsi una squadra senza attaccanti che fanno gol? Sì, ma solo in una gara secca come lo spareggio di domenica a Seregno o dell’ultima giornata con la Varesina o, se sarà il caso, della finale playout quando a fare gol bastano il gruppo, la bolgia del pubblico, tanti “nessuno” che si uniscono in “centomila”).

Da settimane gli 800 fedelissimi di Masnago e i 200 in trasferta si alzano in piedi ad applaudire prima-durante-dopo la partita, sconfitta-pareggio-vittoria è uguale, raccolgono soldi (anche ieri 770 euro donati dalla raccolta degli steward), sono finalmente uniti – tribuna-distinti-curva, allenatore-giocatori-tifosi – come non era quasi mai accaduto in questi ultimi tre anni e sapete perché?

Perché il Varese fino a quattro mesi fa era come sradicato, un mondo che galleggiava in una bolla artificiale dove vittorie, promozioni e scalate erano innanzitutto dovute, quasi che nessuno dovesse metterci – più che i soldi – sofferenza, umiltà, dolore, rinunce e spirito dilettantistico (cioè passione e slancio senza chiedere nulla in cambio).

A noi oggi torna in mente Claudio Capuzzo, uno degli “angeli” con cui Sogliano piantò le radici dell’Eccellenza 2004 che produssero la doppia serie A sfiorata nel 2011 e nel 2012; ecco, Capuzzo sarebbe stato pronto a salire sul primo treno Vicenza-Varese anche un paio d’anni fa per ripercorrere la stessa strada del 2004: sognava di dormire nuovamente nella sua stanzetta con una finestrella vista curva Sud e coperte di lana dell’ex Hotel Stadio, sopra la Baita. Sarebbe arrivato dal Veneto persino a piedi, o con un rimborso di poche centinaia di euro al mese, pensando che non ci fosse nulla di più puro e alto che rifondare lo spirito del 2004, rinchiudersi 7 giorni su 7 nella scatola gelida sotto la tribuna centrale che ora è diventata sala stampa, e partecipare insieme a Giorgio Scapini a una nuova rinascita pane, salame e competenza nello scovare giocatori scartati o talenti nascosti. Gli sarebbe bastato un cuore e una capanna per dire sì ai biancorossi (per dire chi era Capuzzo: pur se conosciuto da pochi, fu decisivo nel condurre Maran sulla panchina del Varese nell’ottobre 2011).

Capuzzo per noi è un simbolo sconosciuto ma supremo perché sognava solo questo tanto-poco basato su fiuto, semivolontariato e purezza – quello che siamo tornati a desiderare anche noi in questi 5 mesi d’abbandono -, mentre il Varese stava posando le sue fondamenta su un terreno fragile e su chi magari si vendeva benissimo ma costava altrettanto; in primo piano non finiva così l’umanità diffusa ma il denaro, le ambizioni e la sete di successo in una squadra e in una società con una mentalità professionistica anche se erano precipitate tra i dilettanti. Sbagliato!

Il 26 maggio 2012 il Varese di Maran aveva appena stritolato 3-1 la Sampdoria alla fine della stagione regolare dopo il campionato di serie B con record storico di punti e vittorie, e così titolavamo: “Un vestito da B, un cuore da dilettanti. Verona più forte, Varese predestinato”. Aggiungendo: “Il vestito cambia ma il cuore no. I giocatori sono di serie B ma affondano le radici nella C2 o nell’Eccellenza e lo spirito vincente arriva da lontano. Questa è la differenza che ha sempre fatto (e farà) la differenza”.
E poi: “Dilettanti o serie B è uguale se ti chiami Lepore, se con le seconde linee corri più forte delle squadre milionarie perché quelle gambe arrivano da lontano, dal nulla, dal gruppo, da ferite che sono sempre state alla base della vittoria, un fuoco che non puoi spegnere con le mani perché brucia nella sofferenza, nella trincea in cui ci siamo fortificati per anni diventando squadra carogna, squadra fionda, squadra rivolta, squadra Braveheart”.

Queste radici le abbiamo riaccarezzate solo ultimamente: evaporata la bolla dei soldi   facili e delle promesse ancor più facili ci siamo ritrovati senza padroni né futuro, a volte perfino senz’acqua; così il Varese che profuma d’antico – il Varese Cenerentola e dei “poareti” del Sacro Monte narrato da Natale Cogliati – è finalmente riemerso ed è tornato ad avere un pezzettino del suo vero cuore e delle sue origini, nudo davanti alla verità. Che è questa: la vita e il lavoro hanno un senso se alla base c’è la passione, il resto lo conquisti con fame e bravura. Non è mai troppo tardi per capirlo e il Varese, nel momento più buio, si è scontrato con la realtà.

Dopo il cappotto subìto contro i biancorossi la presidentessa del Pavia – puntualissima nel fornire da mesi tutto il necessario ai suoi giocatori – ha congelato i rimborsi alla squadra perché ha visto nel gruppo del Varese un esempio di come questo necessario sia invece superfluo quando pare scontato. Questo significa che Tresoldi e i suoi hanno vinto una partita che non è la partita di oggi o di domenica prossima: è la partita che ha riportato il Varese al suo principio, quando c’era poco o nulla ma quel nulla doveva (deve) bastare.
Spiace per tutta questa sofferenza ma ormai si lotta e si soffre uniti fino alla fine. E a chi ci chiede cosa succederà dopo, rispondiamo: domani è un altro giorno e si vedrà.

PS: oggi allo stadio, come accade puntualmente da mesi, si dava per certo un incontro dall’avvocato Piccolo per il passaggio del club da Paolo Basile al finanziatore della famiglia Catellani. Non ci risulta, ma ci risulta invece un imminente incontro tra il proprietario e la cordata “francese”.

Andrea Confalonieri

 

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