«Manolas colosso di Rodi, la lezione del piccolo Di Francesco e una finale col Liverpool da vendicare. Intanto piango come un bambino»

Il varesino Pino Vaccaro, giornalista sempre in prima linea per raccontare con umanità anche i fatti di cronaca, racconta una delle imprese più belle nella storia del calcio firmata dalla sua meravigliosa Roma contro il Barcellona

Ho pianto per dieci minuti, ininterrottamente come non mi capitava dal 1993 quando morì mio nonno, ma quella volta avevo vissuto il dramma della scomparsa di una persona cara. La prima. Stasera dopo tanti anni è accaduto di nuovo. Ma per una cosa bella, assurda, stupenda. La Roma che ribalta il Barcellona nell’inferno dell’Olimpico, per loro, mostrando sagacia tattica fuori dal comune. Il piccolo Di Francesco è diventato maestro di metamorfosi, rivoltando la squadra come un calzino, dandogli quell’imprevedibilità che non si era mai vista prima. I nobili palleggiatori barcellonisti si sono scottati contro il fuoco delle armature accese in mezzo al campo dai gladiatorici centrocampisti giallorossi disposti a scacchiera, asfissianti nel loro movimento a fisarmonica. Ruggivano sui portatori di palla blaugrana e poi si allungavano su Messi e Suarez, spauriti al cospetto dell’eroe greco di Rodi, lo straripante Manolas, e dell’immenso Federico Fazio, argentino ruvido, cattivo ed elegante.
Il tempo sembrava scorrere lento sotto i muscoli d’acciaio di Odino Edin Dzeko, eroe di Bosnia, già venduto a gennaio, ma rientrato dalla porta di servizio giusto per dare la spallata potente agli spocchiosi spagnoli che hanno indossato i calzini di seta anziché gli stivali, ignorando la forza sinergica che pubblico e squadra avevano forgiato in un Olimpico straripante di gloria e passione.
Quando il colosso di Rodi l’ha deviata nell’angolino chiudendo il conto, ero talmente incredulo e agitato, per usare un eufemismo, da alzarmi dal pavimento sul quale ero sdraiato, chiedendo un paio di camomille alla povera compagna di casa che nel frattempo era molto preoccupata dalle urla demoniache che il sottoscritto aveva lanciato, svegliando mezza palazzina. Forse tutta. Di sicuro i due piani più in basso.
Al fischio finale, le lacrime sono scese senza neanche accorgermene. Sì perché la Roma aveva realizzato una delle più belle imprese nella storia del calcio. E forse quando ci alzeremo saremo tutti più lucidi e capiremo ancora di più la sua portata. Sì perché anche chi non ha a cuore questi colori non può non essere rimasto contagiato da un’emozione così grande. E ora il sogno nel cassetto è di arrivare a Kiev per affrontare il Liverpool in una finale già vista. Da vendicare.

Pino Vaccaro

 

 

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