L’alfabeto di Attilio Caja, il coach che non ha bisogno di medaglie al collo per capire di che pasta è fatto

A come allenatore dell’anno, G come Gennaro e i suoi gamberi di Mazara, L come Levissima, P come pronostici. «Avramovic è il tramite tra noi e il pubblico. Da ragazzo facevo l’accertatore per il Comune di Pavia e dovevo capire la gente senza neppure parlarci. Da Malagò il complimento più bello: pensava che fossi invecchiato, e invece… I piedi in testa non me li ha hanno messi neppure “certi” presidenti. Ma adesso ditemi quanti tifosi vengono domenica a Bologna…»

Questa non è un’intervista. Non è una chiacchierata. Non è nulla di speciale. È un incontro in amicizia tra parole, storie ed emozioni che hanno al centro Attilio Caja. È un alfabeto anticonf@rmista di un coach che non ha bisogno di complimenti o altro perché già sa cosa pensano le persone di lui, e questo gli basta. Non sono risultati, carriera, rapporti o giudizi di chicchessia a “pesare” per Attilio: basta dirgli «grazie per come sei», partendo dalla A e arrivando alla Z.

A come ALLENATORE DELL’ANNO 
«Chi lascia sbigottiti è Varese: 9 vinte e 2 perse, stesso passo di Venezia e un posto nei playoff, al momento, più reale e realistico che mai. Un materiale umano low cost (ma Avramovic, Okoye e Cain stanno facendo un girone di ritorno eccezionale) con cui Attilio Caja sta andando oltre l’immaginazione. Un lavoro eccellente. Da coach dell’anno». (Vincenzo Di Schiavi, La Gazzetta dello Sport).
Se allenatori, giocatori e giornalisti non lo capiranno, quando sarà il momento di votare l’allenatore dell’anno, nessuno potrà più lamentarsi e dire che il basket ha perso sentimento e magia. Perché i primi a cancellarli saranno stati loro.

B come BIANCOROSSI DEL CALCIO
Caja sa anche che a duecento metri da lui e dai suoi ragazzi c’è un altro “lui” (mister Tresoldi) e altri giocatori che da cinque mesi lavorano e giocano senza stipendio. «Sono un loro tifoso e dico ai ragazzi e all’allenatore del Varese una sola cosa: nella vita la spunta chi tiene duro».
Il coach del basket ha iniziato a preoccuparsi per il destino del Varese Calcio quando parecchi mesi fa ha letto il nome di un personaggio (che conosce bene perché arriva da una città che l’ha adottato) che era intenzionato a rilevare il club.
A proposito di calcio: è dell’Inter («Ho fatto bene ad andarla a vedere al Santiago Bernabeu il 22 maggio del 2010 perché avevo intuito che dopo quel giorno non avrebbe più vinto»). Ma forse la frase più bella sul calcio l’ha detta a proposito di Ottavio Bianchi, da cui si capisce che razza di allenatore è Ottavio (zero poesia, zero enfasi, zero apparenza; solo umanità, sapienza, lavoro, visione) e, questo lo aggiungiamo noi, che razza di allenatore è Attilio: «Ha vinto un campionato con il Napoli come, prima di lui, nessuno c’era mai riuscito. Non so se mi spiego».

C come CORBELLI
Quando chiama Corbelli (il suo “presidente”), Attilio risponde.
Corbelli era a Roma (con Malagò presidente) e lui lasciò Pesaro per seguirlo.
Corbelli andò a Milano e lui lasciò Roma per seguirlo.
«Chi è Corbelli per me? Quello che mi ha pescato a Pavia e mi ha dato un’opportunità».

D come DIMSA
Siamo di fronte a una persona che non dimentica (nemmeno chi lo ha tradito, neppure a Varese) e che, quando sbaglia, fa autocritica. Le sue parole sull’ultimo arrivato, messo in campo domenica per un solo minuto, spiegano molto: «Tomas Dimsa è appena arrivato, è ovvio che non sia ancora in grado di giocare, anzi ho sbagliato io a metterlo in campo: quel minuto toccava a Natali».

E come ESTIMATORE (Giovanni Malagò)
Il complimento più bello ricevuto da Caja è questo.
«Dopo la vittoria su Brescia mi telefona il presidente del Coni Malagò, che è un amico, e mi dice: “Vedevo che eri ultimo e pensavo che ormai fossi diventato vecchio, ma devo ricredermi”».
Un complimento comune ricevuto dai suoi giocatori? Lo raduniamo nelle parole di Okoye: «Se sono cresciuto lo devo a lui. Mi ha voluto riportare a Varese a tutti i costi. Mi aveva già contattato a maggio e per me quello è stato un segnale importante. Attilio è come un padre: mi dà fiducia ma è anche molto esigente».

F come FISCO
«A vent’anni giravo la città per fare gli accertamenti tributari induttivi per il comune di Pavia: ero costretto a conoscere la gente senza che la gente sapesse che io la stavo conoscendo; da allora mi basta uno sguardo per inquadrare una persona». L’ha imparato, come disse una volta a un amico, battendo il marciapiede.

G come GENNARO DELL’ORCHIDEA 
Seduto al tavolo di “Genna” e Maria all’Orchidea, in centro a Varese, il coach mangia gamberi di Mazara del Vallo con asparagi di Cantello, pasta fatta in casa con sugo di crostacei, branzino al sale con piselli freschi ovviamente accompagnati da una bottiglia di San Pellegrino e un bicchierino – «massimo due» – di un Franciacorta Cuvée.
Genna è napoletano (anzi, di Tramonti): «Sarri a Napoli doveva puntare sull’Europa League e sulla Coppa, in questo ha fallito». Attilio: «Essere a contatto della Juve e giocarsela è come uno scudetto. Allegri ha due squadre, Sarri una».

H come HAPPY
Caja è felice quando gli dicono in faccia la verità, anche se fa male, perché lui fa altrettanto con tutti («Proli arrivò a Milano come manager Armani e giustamente disse: io porto i miei uomini. Mi ha dato una spiegazione e l’ho ringraziato anche se ho dovuto andarmene»).
È felice perché sa chi è, esigente e duro con gli altri perché lo è prima di tutto con se stesso («Non ho bisogno di medaglie al collo per capire di che pasta sono fatto»). È felice perché non si fa cambiare dall’opportunismo e dall’apparenza: non diventerà mai ciò che il mondo circostante vorrebbe che lui fosse.

I come IL BASKET SIAMO NOI
«Quanti tifosi vengono a Bologna?».
Tra Arditi e “Il Basket siamo noi” sono già ben più che un centinaio i varesini prenotati per Virtus-Openjobmetis di domenica alle 18.30 al PalaDozza. Incredibile e “antico” il successo delle trasferte e delle iniziative organizzate dal trust dei tifosi che ha riavvicinato anche in trasferta alla Pallacanestro Varese (si parte e si mangia, poi si va alla partita) un pubblico di famiglie e non solo che non era più abituato a girare l’Italia con la sua squadra. Roba da trasferte in Italia e in Europa dell’indimenticabile, leggendario Basket Club.

L come LEVISSIMA
«Sul vino vado dritto a un bianco frizzantino ma non toccatemi l’acqua minerale. Ho la mia classifica, ed è Vangelo: Prima San Pellegrino, seconda Levissima davanti a tutte per distacco. Ferrarelle? No comment…».

M come MVP di Varese-Reggio
Per Damiano Franzetti (VareseNews) è Tyler Cain (voto 7,5). Idem per Giuseppe Sciascia (La Prealpina): voto 8. Fabio Gandini elegge invece Giancarlo Ferrero come MVP del trust “Il basket siamo noi”: «…Non doveva essere la “sua” partita, ma lo è diventata in corso d’opera (…) il volo sulla linea di fondo a recuperare un pallone morto con successivo piazzato dall’angolo, il tap-in del 61-59 che piace come concentrato di astuzia, tempismo e opportunismo, le difese su Julian Wright e James White, più alti, più grossi, più tecnici, più tutto (e che, accalappiati dall’uomo di Bra, prima l’uno poi l’altro, mettono insieme la miseria di 4 punti nell’ultimo quarto). Siam sempre lì: Ferrero non dovrebbe, non potrebbe, non sarebbe. E, invece, ogni volta che c’è bisogno, ogni volta che hai paura, lui deve, lui può, lui è».
E l’MVP di Attilio Caja qual è? «Larson perché se non metteva la bomba sul -4 eravamo morti. Poi ne ha messa un’altra, dell’allungo decisivo. Lui in allenamento e in partita tira con certe percentuali… ma negli ultimi minuti con tutt’altre, la mette sempre e noi vinciamo».

N come NULLA (pescare nel nulla ed essere bravi a trovare tutto)
«Okoye era finito in A2 a Udine (prima non era stato confermato né a Matera né a Trapani) e non lo voleva nessuno, Tambone in A2 a Ravenna, Natali in A2 a Casale, Cain in Francia al Reims e l’unica esperienza italiana era stata, ovviamente in A2, a Forlì. Ma ce ne sono tanti altri come loro da andare “sotto” a pescare. Non è un miracolo averli trovati e messi insieme. Basta saperci fare e avere occhi per vedere». Gli altri questi occhi non li hanno, o non li sanno usare. Caja, e la Pallacanestro Varese, sì. Poi, ovviamente, esiste un solo coach che sappia crescerli facendoli diventare giocatori da serie A (uomini devono già esserlo, Caja dei “bambini” non se ne fa nulla).
«Caja, brontolando e istruendo, è l’artefice di questi capolavori di più maestri, abile com’è nell’esaltare la sua arte di plasmatore di cestisti che, se non eccelsi, lavorando duramente, sopportandolo e stando bene assieme, diventano tali in gruppo.  La tavola delle leggi di Caja non ammette disobbedienze: difesa energica come fonte di gioco, transizioni fluide e finalizzazioni al bacio per l’uomo giusto al posto giusto». (Giancarlo Pigionatti, La Prealpina).
(ps: Delas a Capo d’Orlando quest’anno stava giocando male, Vene a Reggio veniva da un infortunio ma potremmo andare avanti all’infinito).

O come ORGOGLIO
«Ci sono stati un paio di presidenti che volevano mettermi i piedi in testa, ma io non gliel’ho permesso. I piedi in testa non me li mette nessuno».

P come PRONOSTICI
Scudetto a Milano («Quest’anno non vedo chi possa insidiarla»), Pesaro in serie A2 («Ha il calendario peggiore, purtroppo. E a pari punti con Capo, va giù»). E chi sale? «Se il Poz arriva nei playoff con il fattore campo a favore ce la fa perché poi a Bologna c’è quel muro umano a forma di F che non butti più giù».

Q come QUELLA VOLTA CHE VOLEVA MANDARLI IN CINA 
Indimenticabile quella volta in cui Varese perse a Cremona e le sue urla in spogliatoio fecero il giro del web (e del mondo): «Siete perfetti per il campionato cinese (dove si gioca per fare show e svettare nelle statistiche). Andate a giocare là: vi pago io il volo! Giancarlo (Ferrero) gioca con il cuore, gioca per la squadra. Siete in sei e troppi giocano per se stessi. Perdere per perdere, butto dentro i giovani. Oggi abbiamo perso contro i ragazzini, ma loro avevano il cuore!».
Attilio Caja è questo: sotto il vestito tutto.

R come RECORD
4.840 spettatori domenica scorsa, record da Indimenticabili, ma Caja non ha risposte, anzi fa una domanda: «Ditemi come se lo spiega la gente».
E noi glielo diciamo leggendo il messaggio di un tifoso abbonato da sempre, Omar Valentini: «In una pallacanestro che ormai ha perso un po’ di poesia rispetto a un paio di decenni fa, guardando l’entusiasmo scatenato da questi ragazzi si possono notare somiglianze con la Varese degli anni ’90. Soprattutto per il rapporto amichevole e di affetto tra pubblico e squadra».
Il coach si fa dare il numero di Omar, magari gli manderà pure un messaggio.

S come SOGNO
Il mio sogno per Attilio Caja è questo: se gli danno una squadra da salvezza, lui la porta almeno a metà classifica o più su (non succede solo qui ma sempre, ovunque); se una volta tanto gli danno una squadra da playoff che succede?
Vale per Varese, può valere per tutti, magari anche per Milano: chi l’ha detto che Caja non può vincere lo scudetto o sfatare il tabù Eurolega?
Chi c’è, in Italia, di più bravo?
A proposito, sfatiamo un altro luogo comune: lui allena, e bene, anche i grandi (Danilo Gallinari, Magnifico, Myers, Coldebella…).

T come TELEFONO
Se uscite a cena con Attilio non guarda mai il cellulare. Non manda messaggi, non chatta, non telefona. Tenta di assorbire qualcosa dalle persone che ha di fronte. Racconta, e si fa raccontare. Ecco la prova: capisce e pesa al volo chi lo circonda.

U come UOMO DELLA GENTE
Per Attilio è Alex Avramovic, «perché quando fa certe cose è come se si arrampicasse sulle gradinate a prendere di peso i tifosi e trascinarli in campo. Se questa è la squadra del pubblico, il tramite tra noi e loro è lui».

V come VIVAIO
Nella sua Pavia c’è Fabio Di Bella, «un giocatore che ammiro perché s’è costruito da solo la carriera; prendeva il treno e veniva a Pesaro una volta la settimana per farsi fare le tabelle dal mio preparatore di cui aveva fiducia assoluta».
Di Bella a Pavia ha messo assieme un vivaio di mille ragazzi che arrivano da tutto il territorio. Ha unito e ha fatto di questa missione la sua vita.

Z come LETTERA FINALE DELL’ALFABETO CHE RIPORTA SEMPRE ALL’INIZIO
All’inizio della carriera di Caja c’è una persona che disse, e dice ancora oggi di lui: «Non ho mai visto uno che mette nel basket la passione di Attilio». Adesso ce n’è un’altra che da Gennaro ha brindato con lui, e con noi, aggiungendo: «È un uomo follemente innamorato del suo lavoro». A lui, e a noi, basta così.

Andrea Confalonieri

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