Dall’Econord al calcio, le visioni di Claudio Milanese: «Campionato nazionale per italiani e giovani. Il mio sogno? Undici ragazzi del territorio nella bombonera di Solbiate»

È il numero uno di un’azienda all’avanguardia (1800 dipendenti e fatturato in forte crescita dai 142 milioni nel 2016) ed ex amatissimo  proprietario del Varese: «Porto nell’azienda i valori dello sport come disciplina, puntualità, lavoro di gruppo e rispetto dei ruoli. Questo calcio è insostenibile, apriamo strade nuove. A Solbiate abbiamo un gioiello: facciamone la casa dei nostri ragazzi e divertiamoci»

Dai 142 milioni di fatturato del 2016 siamo saliti molto più in alto, come si è ingrossato il numero dei dipendenti in giro per l’Italia (1800 tra indiretti e diretti).

È un passo avanti agli altri nell’impresa come nello sport – «Ho trasferito i valori di quest’ultimo all’azienda, non l’inverso» – seguendo una massima che lui incarna nella vita, fuori e dentro il campo: «Bisogna cercare una strada che non c’è e provare ad aprirla. Poi gli altri la percorreranno».

Claudio Milanese è il presidente precursore: numero uno di Econord, l’azienda specializzata nel campo dell’ambiente (all’inizio fu trattamento e smaltimento rifiuti, poi molto di più: igiene urbana con piattaforme ecologiche, centrali elettriche a biogas…); e numero uno – socio, proprietario, tifoso: fate voi e non sbaglierete – del Varese non sappiamo se più amato (se la gioca con quello targato Sogliano, Sannino e Maroso) ma sicuramente più solido e duraturo degli ultimi quarant’anni (la sua avventura in biancorosso è iniziata nell’88, quando divenne il presidente più giovane d’Italia, ed è finita nel 2001: il breve periodo non fa per lui, «in poco tempo si può solo costruire qualcosa d’effimero; per crescere e durare servono anni»).

«La mia missione da quando avevo 18 anni»

Claudio, in una parola, è imprenditore («Lo faccio dall’età di 18 anni: è una missione. È passione») ma soprattutto precursore. Disegna una via che non esiste e inizia a seguirla  per sentirsi dire, a un certo punto del cammino: «Siamo arrivati prima degli altri, avevi ragione». In realtà non ha bisogno di farsi dare ragione, né di ricevere complimenti: gode di un’emozione che pochi colgono. L’emozione di chi trova una soluzione in anticipo, aprendo una porta che gli altri non vedono: «La cosa più bella è vedere come una visione si realizza davvero nella realtà».

Partiamo dalla fine della chiacchierata che abbiamo avuto nella sede di Econord a Bodio, finestre spalancate tra boschi di campagna e odore di lago che sale nei capannoni. Nella fine c’è l’inizio. «Il calcio, così, non funziona. Non si mantiene. Non alimenta la passione. L’avvento delle tv e la globalizzazione hanno tolto tutto il patrimonio alle società».

Se non esiste un mecenate o un progetto è solo un buttare via soldi, sogni, promesse: aggiungiamoci che c’è chi guadagna retrocedendo dalla A, e chi perde la serie B quasi sempre fallisce. Per non parlare della serie C, vero Claudio?
«Se non hai alle spalle un magnate (ma sono sempre meno) o un Sogliano che scova e inventa giocatori, ti sveni per nulla se non per costruire tornelli, parcheggi…
E invece una società secondo me deve vivere sull’equilibrio del bilancio sportivo ed economico; deve programmare e progettare – sempre! – sapendo però che il calcio è un gioco e la programmazione può anche finire a sbattere sui pali in finale o semifinale».

«Campionato europeo. E da noi spazio ai giovani»

La “visione” di Milanese per invertire un sistema illogico qual è? «Partirei da un campionato europeo a cui partecipano i club che per bacino, potenzialità e sostenibilità possono permettersi un autentico professionismo. In Italia non vedo né la serie A, né la B, né la C ma un campionato nazionale dove trovano sbocco i giovani e gli italiani; ma soprattutto dove si insegna davvero a giocare a calcio e ci si torna a divertire. Così rinasce la passione e si dà un’opportunità ai ragazzi. Così ritroviamo l’attaccamento e il piacere di un calcio sostenibile».

Torniamo a casa, in provincia di Varese. Dove il pallone produce debiti, fallimenti (si sta cercando di evitare il quarto in trent’anni), disillusione e disamore senza un’idea diversa e unica, che non sia il campanile, da coltivare.
«A me piacerebbe – dice illuminandosi Milanese, parlando al singolare ma pensando forse al plurale –  avere una squadra e un luogo solo per i nostri ragazzi, che sia uno sbocco del territorio e del bacino che esso racchiude».

Ma dove farebbe giocare questa squadra di figli del territorio?
«Mi sono innamorato di Solbiate Arno: è un centro sportivo fantastico, a misura d’uomo e familiare, pieno di campi dove radunare tutti i ragazzi del vivaio. Questa provincia ha un bacino importante, qualcosa che in prospettiva pochi possiedono. Le sere di primavera che sfumano nell’estate come queste ci sarebbe sempre una partita da vedere, un luogo dove ritrovarsi con piacere; e poi con qualche necessario intervento Solbiate potrebbe davvero diventare una “bombonera”».

L’abbiamo provato sulla nostra pelle in Eccellenza due anni fa con tutto il pubblico a ridosso del campo, i giocatori e il pallone quasi da toccare.
(NB: c’è chi subordina qualunque discorso sull’impegno economico nel calcio se non si parla prima di stadio nuovo e c’è chi mette al primo posto il recupero di valori e identità  ripartendo dalla base di questo gioco).

«Il mio Varese ci mise 4 anni ad andare in C1 ma poi sfiorò la B»

Milanese, che con il sindaco di Solbiate Oreste Battiston ha un ottimo rapporto (non escludiamo gli abbia già parlato del suo sogno), quale obiettivo darebbe a questa squadra dei sogni nella “bombonera” del Chinetti?
«Quello di giocare bene al calcio, con l’allenatore giusto per farlo e undici giovani (inutile comprare attaccanti ultratrentenni con cui magari vinci un anno… ma l’anno dopo, o quello dopo ancora?). L’obiettivo non deve essere vincere il campionato ma arrivare al campo, sedersi sulle gradinate e guardare la partita. Riapriamo le porte ai ragazzi della nostra zona, ce ne sono tanti e sono bravi».
Così una squadra e il calcio tornano a essere un sogno e un’opportunità. Non un dovere. Non un peso.

«Sono le offerte alternative che creano interesse»

E se non si vince? «Pace. Magari si vince il secondo anno, il terzo, il quarto… o magari, se sei bravo e trovi l’alchimia, capita anche subito. Smettiamola con quest’ansia, la vittoria non è a tempo e non ha tempo: gettando un seme, prima o poi germoglia. Il mio Varese restò quattro anni in serie C2 ma poi sfiorò due volte la B. Si deve costruire qualcosa che dura. Che non è legato al risultato dell’annata ma s’allunga nel progetto, nell’identità e nell’insieme che lo sostiene. Io credo che serva una via diversa. E questa è la mia via diversa che percorrerei. Sono le offerte alternative che creano interesse».

(Sentendo parlare Milanese ci ritornano alla mente le parole di Giancarlo Giorgetti, o di Giorgio Scapini, quando ci raccontavano che secondo loro il Varese dovrebbe e potrebbe ritrovarsi seguendo l’esempio di un Athletic Bilbao tutto vivaio, senso d’appartenenza e undici giocatori della zona che l’incarnano. Addirittura Scapini, tempo fa, ci mostrò un fogliettino su cui aveva schierato un’intera formazione divisa per ruoli – panchina compresa – solo di validi giocatori del Varesotto o passati dal vivaio del Varese attualmente in giro per l’Italia tra serie B, C, D o Eccellenza; e ce ne sono di forti o affamati anche in quest’ultima. «Devono giocare nel Varese! – aggiunse – E sono certo che pur di farlo rinuncerebbero a tanti soldini. Dipende solo da chi glielo chiede»).

«Da Varese alla Gallura. Dai rifiuti post terremoto alla Sicilia»

Varese, il Nord e l’Econord, di cui si parla troppo poco, esporta già questa via d’innovazione e conoscenza – esportando nello stesso momento anche le radici e il valore della nostra terra – al Centro e al Sud: «Come raccolta rifiuti il nostro recinto storico sono le province di Varese e Como; poi ci siamo ampliati in una dimensione nazionale, in primis in Sardegna, dove siamo primi come fatturato con appalti in città come Sassari, Cagliari e l’Alta Gallura. Nelle Marche siamo pubblici gestori in tutta la provincia di Ascoli Piceno; ci occupiamo anche dello smaltimento dei rifiuti post-terremoto. Poi Abruzzo, Molise e Sicilia: siamo presenti nel Calatino e a Caltagirone, dove la differenziata con noi è passata dall’8 al 65% in un anno; e nel trapanese ci occuperemo anche di importanti centri turistici».

La testa però è qui. «Abbiamo avuto uno sviluppo impiantistico importante con 3 centrali elettriche a biogas che coprono 36mila utenze tra Varese e Como; recuperiamo plastica e, attraverso un biodigestore, 30mila tonnellate di umido (ma lo porteremo a più del doppio)».

Qual è stato il ruolo di tuo padre Gianluigi? «È stato un pioniere sul tema dei rifiuti e ha aperto una strada: è stato il primo a capire, a inizio anni 80, che il futuro andava in questa direzione».

Gli impegni che si mantengono, il basket, Sean Sogliano e…

Se gli chiedete che cosa della sua azienda ha trasferito nelle sue esperienze sportive, Milanese ancora una volta stupisce: «Ho fatto esattamente l’opposto, portando i valori dello sport all’azienda. Lo sport è una palestra dove impari ciò che serve nella vita – io lo imparo anche entrando nello spogliatoio dell’Union Villa Cassano – e nell’impresa: disciplina, puntualità, lavoro di gruppo, rispetto dei ruoli». Poi snocciola altri comandamenti: «Prendere impegni e mantenerli; non avanzare promesse o debiti con alcuno. Fai quello che puoi, non ciò che non puoi». In una parola: lealtà e onestà assolute. E qui, anche nel modo in cui scandisce questi concetti, si capisce chiaramente come Claudio disistimi o non tolleri chi non è in grado di seguirli. Viceversa, è per questo che in tanti – per non dire tutti – stimano lui. E ogni tanto, anche se magari non ha piacere, gli va pur ricordato.
In attesa che la sua ultima visione si realizzi.

Andrea Confalonieri

6 pensieri riguardo “Dall’Econord al calcio, le visioni di Claudio Milanese: «Campionato nazionale per italiani e giovani. Il mio sogno? Undici ragazzi del territorio nella bombonera di Solbiate»”

  1. Non illudiamoci. Non lo prenderà mai perché è concentrato sui suoi affari personali come è giusto che sia… e poi perché non è generoso come suo padre

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